martedì 22 ottobre 2019

Cultura

La mia casa è nella Parola

27 maggio 2015
La mia casa è nella Parola

Nei suoi versi c’è il corpo e c’è il pensiero. La sua poesia incontra il teatro e celebra la profondità del vivere.  Abbiamo intervistato la signora poetessa Mariangela Gualtieri: è nata a Cesena e in questa città, con Cesare Ronconi, agli inizi degli anni ottanta ha fondato il Teatro Valdoca. Tra le sue opere ricordiamo “Bestia di gioia” e “Senza polvere e senza peso” pubblicate da Einaudi.
Lei è laureata in architettura. Come e quando si è avvicinata alla poesia e quale percorso l’ha portata al teatro sperimentale?
“L’aver fatto architettura può sembrare una scelta fuorviante rispetto alla poesia e al teatro. In realtà credo sia proprio la miglior formazione che potesse capitarmi, la disciplina che in fondo educa lo sguardo all’arte, a tutte le arti, perché a tutte dà asilo, spazio. La poesia è un’entità in cui mi pare di essere caduta: un buco, una fessura, una magnifica voragine in cui sono precipitata, non per mia determinazione. Tutto piano piano si è poi composto, addensato attorno al teatro, un teatro che non amo definire sperimentale perché in realtà mi pare vicinissimo alle origini, alla ritualità e sacralità del teatro al suo inizio”.
La poesia è parola, il teatro è anche corpo: nella sua ricerca lei è riuscita a intrecciare queste due forme espressive. Dov’è il punto di equilibrio? 
“Il punto di equilibrio sta fra le mani della regia. È la regia con la sua scrittura scenica e la sua forza drammaturgica che ha sempre tenuto insieme corpo e parole, a volte addirittura scontrandosi con me che magari avrei privilegiato le seconde. Il sodalizio con Cesare Ronconi e la sua arte è stato di vitale importanza per la mia, vitale proprio nel senso di avere strappato la mia parola al pericolo della letterarietà, al peso della pagina scritta che in teatro spesso è tombale”.
Chi sono i poeti e i drammaturghi che l’hanno influenzata?
“Impossibile non citare Antonin Artaud e Carmelo Bene, Peter Schumann e Jerzy Grotowski, Valère Novarina, Giovanni Testori e Franco Scaldati. Fra i poeti certamente Amelia Rosselli è entrata più di una volta nella mia scrittura per il teatro. Ma vorrei dire anche che ogni attore e attrice per i quali ho scritto è stato fonte di ispirazione e dunque ha influenzato la mia scrittura. Una scrittura che quasi sempre si è composta su quei corpi, su quelle voci e non astrattamente a tavolino”.
Qual è il rapporto che ha con la sua città e con la Romagna?
“È un rapporto di grande amore. Io mi sento a casa ovunque, e cioè da nessuna parte, se non con la parola, nella parola. Ma nella gente di questa terra riconosco ancora dei caratteri comuni, come ad esempio la gentilezza, l’ospitalità, l’apertura, l’operosità, la passionalità, e nel paesaggio vi sono scenari che mi sono talmente cari da non sapere quasi se sono fuori o dentro di me: penso alla fioritura delle acacie, penso alle nostre colline, al fiume Savio o al fiume Marecchia”.
Qual è il senso del teatro e della poesia oggi: possono avere una funzione sociale o civile?
“Certo, possono innescare un’intera rivoluzione. Ma non si deve pensare alle formule del passato. Oggi ciò che può e deve accadere deve avvenire all’interno delle persone, in quella profondità da cui tutto ora pare volerci tenere alla larga. Il teatro, quando non è semplice intrattenimento, e la poesia quando è tale, ci portano alle soglie di una rivelazione. La poesia, ma forse tutta l’arte, ci aiuta a connettere la persona con le grandi forze che muovono l’universo. Queste forze Dante le sintetizza in una: la gran potenza d’antico amor. Oggi la tecnologia ha un tale potere seducente, affascinante, che riusciamo ad attraversare una vita restando sempre in superficie, senza mai entrare davvero in risonanza con tutto il resto. Ma io credo che solo in quella risonanza e solo nella profondità di noi stessi, possa esistere una gioia duratura”.
Come e quando arriva la poesia dentro di lei: il momento creativo è istintivo o è frutto di studio e riflessione?
“Il bello è che qualunque cosa vissuta pienamente, dallo studio agli incontri, alle più piccole esperienze, tutto ciò che è vissuto in piena attenzione può transitare poi in poesia. La poesia si nutre di ogni istante di consonanza attenta col mondo. Il momento espressivo, cioè la vera e propria precipitazione delle parole, dei versi, avviene in apparenza casualmente. È vero che vi è un punto di saturazione, in cui ci si sente davvero troppo gravidi, e si ha bisogno di vuotare il sacco, di sgravarsi, appunto, quasi scoppiando in parole. E allora si cerca qualche angolo silenzioso e solitario e ci si mette a scrivere, come un animale che si apparta per partorire”.
Secondo lei la poesia è un dono innato o è qualcosa che si può imparare ad apprezzare e ad apprendere col tempo?
“Io credo sia un dono, e come accade a volte per i doni, provare a chiederlo può essere la chiave che lo fa ottenere. Io sicuramente l’ho chiesto. Ma è anche qualcosa che accade da qualche millennio e dunque è indispensabile sapere come gli altri hanno accolto ed espresso questo dono. Indispensabile studiare, cioè amare i versi che sono patrimonio di noi tutti e farsi fecondare, nutrire da essi. La nostra aggiunta nel grande libro del mondo, non può non essere consapevole di ciò che è avvenuto prima di noi e di ciò che sta avvenendo intorno a noi. Questa coralità è anche il bello, la vera grande opera in cui nessuno è indispensabile e ognuno porta un’inconfondibile aggiunta”.

(Testo Dolores Carnemolla)