domenica 17 novembre 2019

Cultura

Tribute band: la terra dei cloni

11 marzo 2015
Tribute band: la terra dei cloni

(“Il rock è morto!” scriveva qualche anno fa la rivista Rolling Stone a lettere cubitali in copertina. Ma se questo è vero, ed è comunque da discutere, non è sicuramente morta la voglia di ascoltarlo. Fanno fede le migliaia di persone che si accalcano nei rari concerti in Italia di gruppi come gli U2 e i Rolling Stones. O il successo di vecchie glorie del rock, fatte apparire sul palco come bianchi coniglietti estratti dai cilindri dei maghi dell’organizzazione di eventi musicali. O, ancora, il moltiplicarsi delle piccole cover band, che sempre più spesso ci accompagnano dal vivo durante gli aperitivi serali, tra un prosecco e un assaggio di pasta fredda.

Ma c’è un fenomeno di cui solo da pochi anni vediamo l’onda, che è stato covato per anni proprio nel mare magnum delle cover band. Si tratta del successo delle tribute band, gruppi votati a tramandare dal vivo la discografia di un particolare gruppo musicale del passato. Hanno un gran seguito e si fanno forti della cura maniacale con cui preparano le canzoni e lo spettacolo. I pezzi infatti sono in genere sovrapponibili a quelli suonati dal gruppo originale e la messa in scena in alcuni casi arriva ad essere un accurato diorama di storiche esecuzioni dal vivo.

È  solo imitazione? È un fenomeno destinato a sparire? Che cosa spinge il pubblico a questi concerti, che potrebbero rivivere ascoltando un disco o guardando un filmato su Youtube?

Ne ho parlato innanzi tutto con Enzo Gentile, giornalista musicale e curatore, insieme ad Alberto Tonti, del Dizionario del Pop Rock di Zanichelli. “Le tribute band ci sono sempre state, ma negli ultimi dieci anni si sono moltiplicate in tutto il mondo con tournée estesissime e molto affollate. Da un lato rispondono all’esigenza nostalgica di ascoltare dal vivo una musica che per lo più si può ascoltare solo su disco e dall’altro sono utili storicamente perché mantengono viva la memoria della musica pop-rock grazie alla cura filologica dei concerti. Non penso sia un fenomeno destinato a sfiorire, anche perché i gruppi possono attingere a un numero di canzoni inesauribile e guadagnare più facilmente un seguito di affezionati.”

I componenti delle tribute band sono prima di tutto fan dei gruppi e delle pop-star di riferimento. Non si tratta di musicisti improvvisati ma di cultori raffinati delle canzoni che suonano, perfezionisti che sondano al microscopio le tracce audio per avvicinarsi il più possibile all’originale e che spesso si trasformano in archeologi della strumentazione musicale.

Incontro Flavio Camorani, anima dei Floyd Machine e dei Floyd Quartet, a casa sua dove siedo accanto a una parete occupata interamente da chitarre Fender, parte della sua amata collezione, e sue foto in compagnia di Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd, e Roger Waters che dei Pink Floyd è stato il leader negli anni d’oro di Dark Side of the Moon e The Wall. “Noi suoniamo con gli stessi strumenti utilizzati dalla band all’epoca, l’organo ad esempio è un vero Hammond, ed è l’unico modo per ottenere le identiche sonorità dei dischi e dei live. I Pink Floyd non erano bravi musicisti, ma avevano un grande dono per la ricerca sonora ed erano molto meticolosi nel fondere musica e contributi esterni, come ad esempio il vento, il rumore di un treno o di un elicottero, il pianto di un bambino. La musica in sé è molto semplice da riprodurre, è difficile invece ottenere il loro stesso amalgama sonoro. Noi ce la facciamo grazie alla nostra passione ma anche a quattro ore alla settimana di prove con i CD originali alla ricerca di ogni minima sfumatura.” Oggi i Floyd Machine si presentano ai concerti con due camion e un pulmino a nove posti e suonano in tutta Italia. “Lo facciamo per passione, siamo soprattutto una band di amici, per questo non rincorriamo le date a tutti i costi e reinvestiamo tutto quello che incassiamo per rendere lo show sempre più coinvolgente.”

Un’altra band locale ripropone il meglio dei Queen con una particolarità: i musicisti impersonano sul palco i membri della band originale e ne imitano movenze e vestiario. Si tratta dei Magic Queen e ne parlo con il cantante, Luca Villa, che si presenta sul palco nei panni di Freddy Mercury, con tanto di baffi e pantaloni attillati. Perché arrivare a un tale grado di imitazione? “Freddy Mercury era non solo un grandissimo cantante ma un artista famoso anche per il suo modo di apparire. Abbiamo pensato perciò che proporre non solo la musica ma anche questo lato dei Queen potesse piacere di più al pubblico.” Anche la scaletta dei pezzi ha un valore storico perché su un totale di circa trenta brani, per quasi due ore e mezza di concerto, spazia dagli album delle origini fino alle ultime produzioni. “Si tratta di una musica molto bella anche da suonare, oltre che da ascoltare. Tra l’altro siamo in quattro e cantiamo tutti i cori dal vivo, senza basi registrate. Posso dire che oggi, conoscendo ormai molto bene le canzoni, ci ritroviamo a provare essenzialmente per mettere a punto i cori.”

E il pubblico che cosa ne pensa? Ne è entusiasta come dimostrano anche le numerose rassegne specializzate, che fanno il tutto esaurito. I concerti sono sempre più un momento dove, per qualche ora, chi suona e chi ascolta trova nell’altro non tanto uno spettatore o un interprete ma un compagno di viaggio nella rievocazione di un comune beniamino. Il che, come rituale collettivo, non è poco.

 

(Testo Gianluca Gatta)