martedì 12 novembre 2019

Cultura

Giovanna Bandini: la ceramica nell’anima

7 gennaio 2015
Giovanna Bandini: la ceramica nell’anima

C’è molta Romagna a Roma. Sono infatti numerosi i romagnoli che nella “città eterna” vivono e lavorano nei più svariati ambiti della formazione, dell’arte e della cultura, così come dell’amministrazione e dell’economia, contribuendo non poco a salvaguardare e sviluppare il buono e il bello del nostro Paese, ma anche a promuovere il “made in Italy” del mondo. Tra loro una storica dell’arte, Giovanna Bandini, a cui la sua città d’origine, Faenza, città della ceramica per eccellenza, le ha recentemente attribuito l’onorificienza di Faentina lontana “per l’alta qualità della sua specializzazione professionale” in particolare nei campi del restauro e della ricerca archeologica, per “dirigere e coordinare presso la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma importanti e complessi cantieri di restauro”, ma anche per la sua “altrettanto rilevante attività didattica a favore di molti studenti italiani e stranieri”. Proviamo a conoscerla un po’ meglio.
Dott.ssa Bandini, ci parli un po’ della sua infanzia.
“Sono nata a Faenza, qualche anno fa… (56, in verità), insieme a mia sorella gemella Maria, dermatologa. La mia fanciullezza e la mia giovinezza le ho vissute in campagna, a Ronco, una piccola frazione tra Faenza e Russi, dove i miei genitori Angelo e Carolina coltivavano la terra. Qualche anno dopo è nato mio fratello Claudio, che continua a gestire l’azienda di famiglia. Della campagna ho amato e amo i ritmi della natura e del tempo, il suo essere una ‘speciale’ finestra sul mondo, una particolare realtà di vita con le sue cadenze dettate dal ciclico avvicendamento delle stagioni che mi ha permesso di comprendere i disideri del mo cuore. Sono infatti andata a studiare a Faenza, prima alle medie “Lanzoni” dove ho intuito la passione per la cultura, ma anche per la storia, poi al “Ballardini”, dove ho scoperto l’amore per l’arte, per la ceramica e, in particolare, per la sua storia e la sua tecnica, ambedue aspetti estremamente affascinanti. Un amore innestato nel mio animo e poi maturato strada facendo in quegli studi storico-artistici che sono diventati il mio pane quotidiano”.
Quindi lei ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica “Gaetano Ballardini”, oggi liceo artistico per il design, che da un lato le ha permesso di approfondire la tradizione culturale faentina e dall’altro le ha aperto nuovi orizzonti?
“Direi di più. Il “Ballardini”, ma anche il Mic (Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, nda) – dove peraltro ho lavorato per circa un anno come borsista – e l’intera tradizione culturale faentina, hanno sviluppato in me il seme dell’amore per l’arte ceramica e mi hanno fatto proseguire gli studi sulla storia dell’arte, che mi hanno portato a laurearmi prima e a specializzarmi poi su argomenti inerenti alla maiolica di età moderna, quella del ‘400 e ‘500”.
Studi e nuove competenze l’hanno poi portata a Roma. Come è successo?
“Per amore. Nel ’76, frequentando un corso d’arte bizantina a Ravenna, ho conosciuto un brillante architetto romano, Paolo Fancelli, l’ho sposato e mi sono trasferita nella capitale. Non è stato così facile trovare lavoro come si può pensare, anche se alla fine ‘la fortuna arride agli audaci’, nel senso che nel ’79 il Ministero dei Beni Culturali bandì un concorso nazionale per restauratore a cui partecipai, vincendolo quattro anni dopo. L’esito favorevole fu pubblicato solo nell’83, ma nel frattempo non ero stata con le mani in mano: ho partecipato, prima come stagista volontaria poi come contrattista, alle attività di restauro all’interno dei Laboratori della Soprintendenza Archeologica di Roma, sede che ho scelto una volta vinto il concorso”.
A Roma svolge la sua attività, iniziata come restauratrice, proseguita come funzionaria, direttrice e coordinatrice di laboratori e cantieri. Quali interventi ricorda con più piacere?
“Dovrei dire tutti, dal restauro di piccoli manufatti ceramici fino alla direzione di importanti cantieri. Ma è fuori dubbio che gli interventi di maggior complessità – ad esempio, il restauro dell’apparato decorativo della ‘Pitagorica’, l’ambulacro interno al secondo ordine del Colosseo e, più di recente, la collezione di straordinarie opere scultoree del Museo Palatino – li ricordo con soddisfazione e commozione. E senza dimenticare gli interventi di restauro sulle nove ‘Statue di Ariccia’ in terracotta, nonché della statua romana in marmo della ‘Fanciulla di Anzio’”.
La sua profonda conoscenza dell’arte del restauro e la sua crescente esperienza, come confermano anche le sue oltre ottanta pubblicazioni, immagino non le abbia tenute per sé?
“In effetti, ho cercato e cerco tuttora di metterle a disposizione di studenti italiani e stranieri, sia in qualità di docente in corsi di formazione, sia in qualità di consulente di istituti e musei italiani ed esteri: in Italia, principalmente all’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ma anche in vari istituti universitari; all’estero, tra gli altri stati, in Argentina, a Malta e in Cina. Nella Repubblica Popolare Cinese sono stata diverse volte in missione, per insegnare ma anche consulenza, ad esempio per esaminare i manufatti di quello che è famoso in tutto il mondo quale l’ ‘Esercito di terracotta’”.
Qual è il suo rapporto con Roma?
“A Roma c’è tutto e il contrario di tutto, ma sopra ogni cosa, per parafrasare il film di Paolo Sorrentino, c’è la sua ‘Grande bellezza’. Che è proprio quella dei suoi innumerevoli monumenti, visti però senza la calca dei turisti, ovvero nella luce dorata del tramonto, o che si percepisce nel gorgogliare dell’acqua nelle cento e più fontane barocche, o nei profumi dei giardini del Pincio. Adesso Roma è il mio grande amore, ma non è stato così fin da subito, ho imparato ad amarla soltanto quando ho scoperto che Roma va apprezzata per quello che è, con le sue mille contraddizioni, le sue molteplici difficoltà, le sue tante insensatezze, ricordando che la sua ‘Grande Bellezza’ davvero ci sovrasta!”.
Irriverente un paragone con la sua Faenza?
“In effetti, in comune hanno poco o niente, fatto salvo una particolarità relativa ai rispettivi musei: da un lato, quelli di Palazzo Massimo, di Palazzo Altemps, del Palatino, della Galleria Borghese e del Museo di Palazzo Barberini; dall’altro, il Mic. In questi romani sopra menzionati come in quello faentino vengono esaltati i tre valori per me fondamentali che ogni museo degno di tale nome deve avere: studio, educazione e diletto. Studio vuol dire amore, educazione vuol dire tirar fuori l’umanità dell’uomo, diletto è la dolcezza che ci avvince alla vita. Ecco, in questi musei sopra citati sono tutte presenti. E il Mic non è certo da meno dei migliori musei romani!”.

(Testo Elio Cipriani)