domenica 17 novembre 2019

Cultura

Gianfranco Morini: plastiche deformazioni

14 gennaio 2015
Gianfranco Morini: plastiche deformazioni

Imponente nell’aspetto e sempre col toscano in bocca, il cappello da brigante in testa e la capparella sulle spalle, Gianfranco Morini, detto il Moro, se fosse vissuto nell’Ottocento poteva essere scambiato per uno della Banda del Passatore o il frequentatore di una delle osterie che Francesco Serantini ha descritto nei suoi romanzi romagnoli. Ma non è un personaggio di altri tempi, piuttosto è fuori dal tempo: consapevole di vivere nel presente ne assume le contraddizioni, soprattutto avverte il contrasto tra “natura” e “cultura”. Pur affermando di odiare, di detestare la ceramica, il mercato e le istituzioni a essa connesse, paradossalmente con la ceramica ha un rapporto primordiale, sensuale ed erotico. Lavora nel settore  della ceramica industriale a Sassuolo, dove si producono piastrelle per un mercato internazionale, ma quando ritorna a Faenza nella sua casa, che sembra un’inestricabile foresta o l’immaginario rifugio di un mago dove c’è di tutto accostato senza un ordine apparente, allora si immerge in un altro mondo, ritrova un rapporto esistenziale con quella terra “autentica, che impiastriccia le mani”. Nel corso del Novecento per la ceramica si sono aperte nuove potenzialità espressive con sconfinamenti in altri territori dell’arte, quindi non è più o solo legata a una funzione utilitaristica, alla produzione di “oggetti d’uso” con decori convenzionali, tipicamente faentini, che la tradizione ha perpetuato nel tempo. Il Moro con ludica ironia ha contribuito a infrangere questa visione per produrre oggetti e manufatti in sé depotenziati di ogni funzione utilitarista, ma esteticamente significativi, che privilegiano oltre all’inevitabile aspetto formale quel dato essenziale, originario, naturale, propriamente materico. Alla base c’è l’argilla che si presta a essere modellata, formata, che può, anche se non necessariamente, assorbire smalti e patine come parte integrante e costitutiva dell’opera. In questa prospettiva liberatoria si sente sicuro di intervenire “liberamente” e forse anche provocatoriamente per tradurre in immagini la sua visone del mondo e soprattutto la critica alle convenzioni culturali e artistiche che creano gerarchie e divisioni, assolutamente da respingere e combattere. La sua poetica, riconducibile al realismo esistenziale che ha caratterizzato la scena artistica in Romagna negli anni Settanta nel periodo post-informale, è visibile nei piatti contorti, lacerati, bucati, grumosi, ruvidi, inservibili e nelle alte steli deformate, graffiate, tormentate, instabili: sia gli uni che le altre a testimoniare una difficoltà ad accettare imposizioni e condizionamenti, espressione di un disagio che toglie senso e certezze alle cose e alle azioni, dove tutto diventa incerto e inestricabile e resta la consapevolezza di essere invece semplicemente presenti nel mondo, “qui e ora”.

 

(Testo Aldo Savini)

(Foto Lidia Bagnara)