venerdì 15 novembre 2019

Cultura

Paola Ceccarelli: scolpire col cuore

19 novembre 2014
Paola Ceccarelli: scolpire col cuore

Due voci, una sola anima, “di terra e di luce”. Paola e Americo si conoscono da tanti anni, da quando Americo ha ritratto i figli di Paola: da lì è nata un’amicizia che ha portato i due artisti a collaborare, attraverso “Il Baglio” alla realizzazione di diverse opere, fra le quali, per esempio, il monumento funebre ad Alberto Marvelli, nella chiesa di S. Agostino in Rimini: lui l’ha disegnato, lei l’ha realizzato. Oggi, per la prima volta, espongono insieme. All’interno della mostra, il percorso di Paola Ceccarelli – denominato “Donna, Acqua, Terra” – si snoda in quattro sezioni (Stupore, Donna-Conchiglia, Radici, Le Doglie del Parto) dove le sculture di terracotta sono il medium attraverso il quale l’artista riminese compie il suo viaggio verso il riconoscimento dell’identità tra il suo essere donna e il suo essere “polvere”. Un itinerario di consapevolezza che nasce in riva al mare: dalla percezione della forma di una conchiglia, all’osservazione del creato, dall’ascolto dell’eco delle immagini e delle memorie che questa osservazione è in grado di evocare. È invece la “Dimensione della memoria” il titolo e la protagonista della sezione della mostra che raccoglie le opere – quadri a olio, disegni, stampe – di Americo Mazzotta, artista originario di Collecchio, che ha fatto della memoria e della storia le due ‘colonne’ sulle quali si appoggia la sua ricerca.
Paola, da dove nasce questa mostra?
“Da un sentimento di gratitudine e di speranza, dal quotidiano di una vita familiare, come quella di tante altre, segnata oggi dalla crisi, dalle preoccupazioni per i figli e il loro futuro, ma non definita dalla paura. Mio marito Marco (Morini, architetto e curatore della mostra, ndr) mi ha incoraggiata  ad esporre le opere nate negli ultimi dodici anni, spinto dalla certezza del bene che la bellezza ha sempre esercitato nella nostra vita. In fondo è stata una scommessa sulla verità di un’esperienza che, se è vera e bella, val la pena comunicare. Da qui è nata l’idea di invitare un amico, Americo, ad esporre insieme, con il quale condividiamo una storia di amicizia e lavoro comune: questo ha dato alla mostra il respiro di una bellezza  rivolta al destino dell’uomo e della storia, più protesa a dare segni di speranza, che non di stare al passo con le dinamiche estetiche che oggi ingombrano tanto mondo dell’arte. La verità di questo movimento ‘dal basso’ è stata confermata dalla partecipazione spontanea ed entusiasta di tanti amici che si sono messi al lavoro con noi e hanno sentito come propria e urgente alla loro vita questa nostra iniziativa.”
I visitatori in queste prime settimane sono tantissimi, al di là delle aspettative.
“Quello che mi colpisce è che le persone che vengono a vedere la mostra invitano altri ad andarla a vedere: questo per me, per Marco, per Americo, significa tantissimo, è la prova che c’è qualcosa di vero che tocca la vita reale.”
Cosa significa “creare” attraverso le mani e la “terra”?
“Forse è più giusto dire che partecipo a una creazione, perché di fatto non creo nulla: quando ho tra le mani la creta è come se attendessi qualcosa che deve nascere, che non possiedo totalmente nel mio pensiero e non dipende ultimamente dall’abilità delle mie mani. È una strana impotenza, guidata da un’ancora più strana certezza: che la realtà tutta possieda un segreto, la creta racchiuda una forma nascosta che preme per venire alla luce: le mie mani in questo caso sarebbero come quelle di una levatrice… che aiuta qualcosa a venire fuori, a mostrare il suo volto.”
Come ti senti di fronte ad un’opera da te appena conclusa?
“Il primo momento, per rimanere nell’analogia della nascita, è come dopo un parto, sono sfinita, ma pervasa da un senso di completezza. Non ho la pretesa che il lavoro sia perfetto, anche se lo desidero: lo guardo e se continua a stupirmi, significa che è vivo, che è altro da me. Questo mi appaga.”
È una delle tue prime mostre, forse la più significativa: la consideri un punto di arrivo o un nuovo punto di partenza?
“La considero un dono, qualcosa che desideravo e che è accaduto, che un po’ temevo, e invece mi dà speranza perché la vedo partecipata e sorretta non più solo da me, da Marco, da Americo, ma da tutte le persone che la visitano e con il loro sguardo la arricchiscono di tutti i moti del loro cuore. In questo senso considero la mostra un punto di partenza, come se fosse essa stessa un’opera che accade, prende forma, grazie allo sguardo di tutti.”

(Testo Cinzia Tedeschi)

(Foto Riccardo Gallini)