domenica 17 novembre 2019

Cultura

Emanuelle Caillat: la lingua del Nobel

26 novembre 2014
Emanuelle Caillat: la lingua del Nobel

“Tradurre è prima di tutto cercare di appropriarsi pienamente di un testo, in un certo senso ‘viverlo’, per coglierne l’essenza profonda e successivamente consegnarlo totalmente all’altro cercando di non tralasciare nulla”. È grazie al lavoro di Emanuelle Caillat che le più recenti opere del Nobel per la letteratura Patrick Modiano sono arrivate in Italia, tradotte per i tipi di Einaudi. Ed è della traduttrice italo-francese la “voce” di Paloma nel bestseller “L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery (Edizioni e/o). Emanuelle Caillat è docente alla Fondazione Universitaria San Pellegrino di Misano, dove si è formata al corso “Tradurre la letteratura”, di cui oggi è coordinatrice del laboratorio di traduzione dal francese. Dopo aver tradotto “L’orizzonte” di Modiano, è appena uscito per Einaudi anche “L’erba delle notti”, ultimo libro del Nobel.
Professoressa Caillat, come si è avvicinata al mestiere del traduttore?
“Il mio amore per la traduzione nasce da una storia familiare. Sono nata a Parigi e ho vissuto in Francia fino a otto anni, quando i miei genitori hanno deciso di venire ad abitare in in Romagna dov’è nata la mia mamma. Mi sono laureata in lingue e letterature straniere con una tesi su Georges Perec, e forse proprio da quella lettura è nato il desiderio di tradurre: desideravo che anche i miei amici italiani capissero la genialità di quell’autore. Da lì è nata l’idea di affrontare ‘Quel petit vélo à guidon chromé au fond de la cour?’. E così è iniziata un’avventura.”
Tradurre è tradire” o, come lei ha scritto citando Primo Levi, “un’opera di civiltà e pace”?
“Tradurre non è tradire, semmai il tradimento nasce proprio per essere il più fedele possibile al testo originale. Se in una pagina c’è un gioco di parole e il lettore francese ride, lo stesso deve succedere al lettore italiano. Forse si tradisce l’autore proprio quando si mette una nota a piè pagina e si spiega il testo: sarebbe bene non farlo mai. Certo, la traduzione è ‘un’opera di civiltà e di pace’: lo stesso insegnamento delle lingue lo è. Credo che la lingua sia la nostra vera patria: nella lingua o nelle lingue che abbiamo imparato da piccoli stanno le nostre radici, i nostri affetti. Imparare bene una lingua straniera ci apre agli altri, ci avvicina agli altri.”
Quali sono le difficoltà e soddisfazioni del mestiere di traduttore?
Le difficoltà del mestiere sono legate all’isolamento. Nella prima fase di traduzione vera e propria è un mestiere che si svolge in silenzio da soli davanti al testo e al computer. Da qui la mia scelta dell’insegnamento che mi tiene a contatto con gli studenti delle scuole superiori e del corso ‘Tradurre la letteratura’. La seconda fase, quella della stampa, ti mette in contatto soltanto con editor e revisore, è un momento delicato e fondamentale. La terza fase è quello dell’uscita nelle librerie: è una gioia vedere il proprio lavoro concluso, ma ormai la tua creatura non ti appartiene più… e infatti spesso i traduttori lamentano di non venire citati. Forse, alla fine, la più grande soddisfazione è fare il mestiere che ci piace: sarebbe bello potere vivere di questo. In Francia e in quasi tutti gli altri paesi europei, grazie alle royalties, è possibile considerare la traduzione una professione.”
Quali consigli dà ai giovani che seguono i suoi corsi?
“Innanzitutto di prepararsi seriamente: studiare la lingua straniera, tenerla viva, seguire la sua evoluzione; leggere molto ed esercitarsi per scrivere in un bell’italiano; focalizzarsi su una lingua e su un tipo di traduzione, secondo le proprie corde. E soprattutto trovarsi un lavoro remunerativo a orario ridotto che permetta loro il ‘lusso’ di diventare traduttori!”

(testo Giorgia Gianni)