venerdì 15 novembre 2019

Cultura

Teatro delle Albe: l’alba di nuove stelle

9 aprile 2014
Teatro delle Albe: l’alba di nuove stelle

Il Teatro delle Albe festeggia trent’anni e le sue nuove leve portano oltre confine il risultato di un teatro sperimentale sempre più apprezzato e richiesto. Non intendiamo parlare solo dei numerosi premi Ubu collezionati in questi anni da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari (che recentemente ha vinto il premio Eleonora Duse) e di alcuni spettacoli in particolare, ma dell’impatto che questo genere di teatro ha creato, in continuo crescendo, soprattutto con i giovani, dal continente africano all’Europa, dall’America o semplicemente da Scampia. E proprio ad alcuni dei giovani attori emersi in questo straordinario contesto teatrale che è dedicato questo articolo: Alessandro Renda, Laura Redaelli, Roberto Magnani, senza nulla togliere ai molti altri che hanno successo.
Alessandro Renda è protagonista di un monologo scritto da Marco Martinelli, “Rumore di acque”. Un lavoro nato, come racconta Alessandro, dall’indignazione nel leggere, durante il soggiorno della compagnia a Mazara del Vallo, piccoli sintetici annunci che riportavano ogni giorno il numero degli emigranti scomparsi in mare, semplice numero, senza connotazioni o notizie biografiche, svaniti per sempre nel nulla.
Alessandro, qual’è la trama dell’opera?
Rumore di acque trasfigura in chiave grottesca e in malinconica poesia la cronaca tragica dei barconi alla deriva nel Mediterraneo e il numero, fuori misura, dei morti senza nome. Ma non è solo il racconto delle loro storie. Marco Martinelli ha sentito il bisogno di andare un po’ dentro la sua poetica, spostare su un piano onirico e incubistico la narrazione. Storie narrate attraverso il protagonista, io, che lavora in stretta collaborazione con il Ministro dell’Inferno: un monologo grottesco nella sua tragicomicità. Bisognerebbe leggere anche i libri di Gabriele del Grande per scoprire i sentimenti delle famiglie rimaste nel luogo di origine che spesso non rivedranno più i loro cari per capire perché questa gente lascia il poco per, a volte, trovare ancor meno o solo la morte. “Rumore di acque” che ha debuttato in prima nazionale al Ravenna Festival, nel luglio 2010, si avvale del patrocinio di Amnesty International, ha una storia ormai lunga come un cammino a tappe, di successi e rappresentazioni, da Lampedusa alla Corsica, dalla Germania al Belgio e alla Francia. È stato tradotto, in questi anni, in tedesco, francese e ora in inglese da Thomas Simpson, che insegna Letteratura Italiana alla Northwestern University di Chicago, con il titolo ‘Noise in the waters’”.
Come ti senti a rappresentare questo lavoro in America e quali sono le tappe previste?
“Siamo stati a New York, ospiti del prestigioso La MaMa Theatre, storico teatro della sperimentazione newyorkese. Durante la permanenza americana, di tre settimane, abbiamo costruito una fitta rete di relazioni e progetti: un laboratorio con gli adolescenti di alcune scuole di Manhattan, laboratori e spettacolo con la Montclair State University in New Jersey e incontri pubblici per presentare sia il percorso del Teatro delle Albe sia la pubblicazione in America del testo scritto da Marco Martinelli e tradotto da Thomas Simpson. A fine febbraio concluderemo questa densissima esperienza, portando lo spettacolo anche a Chicago”.
Come reagisce il pubblico? E come te la cavi con l’inglese?
“Per l’allestimento a La MaMa abbiamo pensato ad una scenografia adatta proprio per questo spazio. La scena di ‘Noise in the Waters’ è  molto cambiata rispetto a quella che ha girato per tutta Italia dal 2010. Ermanna Montanari ha ideato appositamente una scena in cui carbone, segni ‘lavici’ e primitivi, hanno preso il posto della lapide marmorea. Ci sono poi i “sovratitoli” per permettere al pubblico americano di seguire attentamente i versi del poemetto, che sono poi il centro della narrazione. Ho imparato anche alcuni blocchi del monologo in inglese e così il Generale, che interpreto io, alcune volte abbandona l’italiano per passare all’inglese, così come faceva già con un breve intarsio di arabo.
Il pubblico, che ovunque ci accoglie con grande successo, partecipa con reazione di stupore per quanto viene narrato: ‘Lo spettacolo, si legge nelle recensioni, ci lascia senza parole, indignati e non solo: esso scava nell’indifferenza dando vita a volti, storie e sofferenze che continuano a vivere dentro di noi per giorni e giorni. È il poeta e scrittore Marco Martinelli che dà a questi viaggiatori disperati, stravolti dalla fatica, la dignità di chi essi sono, anche se solo nella morte’”.
Mentre Alessandro miete successi in America, accompagnato dalle voci inconfondibili dei fratelli Mancuso, a Ravenna incontriamo altre due giovani leve del Teatro delle Albe: Laura Redaelli e Roberto Magnani, che portano sulla scena spettacoli diversi.
Roberto, quando hai sentito la passione per il teatro?
“Quindici anni fa, frequentavo l’Itis, m’iscrissi al laboratorio della non-scuola di Marco Martinelli. Così, una passione nata misteriosamente, mentre pensavo che sarei diventato biologo marino per studiare quegli esseri imprevedibili e intelligenti che sono gli squali. Invece lasciai la scuola e dedicai il mio studio al teatro”.
E tu, Laura, hai lo stesso percorso?
“No. La mia storia è un po’ diversa. Ho incontrato il Teatro delle Albe più tardi ma avevo già fatto qualche esperienza in Brianza, mio luogo d’origine, fin dall’età di sedici anni, incoraggiata da mia madre e perché c’era già chi in famiglia si dedicava al teatro, a livello amatoriale”.
Anche tu hai abbandonato gli studi?
“No. Mi sono diplomata e poi iscritta all’Accademia Teatrale, anche se sentivo di cercare qualcosa di non accademico, un teatro diverso. Quando, a Bologna, assistetti a ‘Sogno di una notte di mezza estate’ riproposta da Marco Martinelli e dalle Albe ebbi una folgorazione. Avvicinai Marco che mi suggerì di seguire eventuali futuri corsi da lui proposti. Partecipai ad un laboratorio che ebbe la durata di un anno, eravamo in quindici e riuscimmo, naturalmente con la guida di Marco, Ermanna e tutto il cast, a produrre l’opera ‘Salmagundi’ che poi rappresentammo. Questo fu il vero e proprio inizio della mia carriera”.
Roberto, anche tu hai avuto la tua folgorazione? Quando?
“Non proprio. Mentre seguivo il mio primo laboratorio con Marco mi accorsi che condividevo molte idee con lui, parlavamo lo stesso linguaggio. Poi venne il primo lavoro, ‘I Polacchi’, spettacolo che poi ha girato l’Europa con successo”.
Parliamo di emozione, Laura. Rimane ad ogni spettacolo oppure è ormai superata?
“Ogni volta, prima di andare in scena, si prega, s’impreca e ci si chiede cosa ci si sta a fare lì. Col tempo si matura, è vero, si acquista sicurezza, ma l’emozione è sempre la stessa”.
E tu, Roberto, come superi certi momenti?
“Le prime volte mi sentivo protetto, quasi immerso nel liquido amniotico che mi faceva star bene. Invece le mani diventano gelate e soprattutto si sente, in platea, il respiro del pubblico che fa paura. Una volta in scena, passa tutto”.
A cosa stai lavorando al momento?
“Mi sono dedicato a ‘Odissea’ di Tonino Guerra, così ho potuto usare il dialetto. Recentemente ho condiviso con Marco anche una serie di laboratori a Bologna, con studenti universitari”.
Hai preso parte anche tu, Laura, a quest’ultima impresa?
“Sì, visto che il numero degli iscritti era assolutamente superiore al previsto abbiamo condiviso l’esperienza di Marco Martinelli. Comunque la mia più grande soddisfazione è stata l’interpretazione di un ruolo in un lavoro di grande successo, che ha vinto anche il premio Ubu, ‘Pantani’, dedicato alla tragedia del grande ciclista scomparso e ancora, lo scorso novembre, ‘Incantati’”.

 

(Testo Anna De Lutiis)

(Foto  Lidia Bagnara)