domenica 17 novembre 2019

Cultura

Musei San Domenico: il restauro ai tempi della crisi

16 ottobre 2013
Musei San Domenico: il restauro ai tempi della crisi

Il volume sul restauro del complesso monumentale del San Domenico di Forlì, edito da InMagazine e presentato al pubblico il 13 maggio scorso, è un libro che nasce per ricordare un’opera conclusa, ma anche per promuovere e sollecitare un nuovo inizio.

Apre con la storia del monumento, documenta il progetto ed il cantiere di restauro, racconta dell’uso attuale come museo civico e spazio espositivo, conclude con uno sguardo sul futuro, sulla ricostituzione delle parti ancora mancanti, sugli allestimenti dell’auditorium, sulle aree esterne, sui tanti altri monumenti del centro storico da tutelare e conservare.

Il San Domenico è un convento del XIII secolo, che ha attraversato la storia forlivese con grande dinamicità e splendore, fino alla occupazione napoleonica ed al periodo dello Stato Unitario, in cui l’uso militare determinò grandi perdite del patrimonio storico ed artistico.

Poi la rinascita, faticosamente raggiunta grazie alla determinazione e costanza di intenti dell’Amministrazione Comunale dalla metà degli anni ’90, e la conquista di un nuovo ruolo di eccellenza: il centro del sistema culturale forlivese, sede dei musei civici e degli spazi per le grandi mostre d’arte, convegni ed eventi musicali.

Il volume è strutturato in quattro parti: la storia, il restauro, le tecniche ed i contenuti, che rappresentano, in qualche modo, altrettante chiavi di lettura per illustrare il senso dell’opera.

Prima di tutto la conoscenza del monumento, che conduce alla coscienza del suo ruolo nella storia e nel presente. Poi l’impegno della comunità che, riconoscendo questo luogo come proprio, ne vuole recuperare la memoria e l’uso concreto, e lo fa investendo risorse, mettendo insieme ricerca intellettuale e capacità operativa, moderne tecnologie e antichi saperi.

Il recupero del monumento alla fondamentale funzione di centro del sistema culturale cittadino completa questo processo, che il sindaco, nella sua prefazione al libro, definisce “patrimonializzazione”, sottolineando così il valore globale (storico, culturale, artistico, economico e sociale) di questo restauro, come di ogni restauro dei monumenti d’arte e storia che questo paese ha in così grande abbondanza ed in così penoso degrado.

In quest’ottica il restauro e il recupero funzionale del patrimonio edilizio esistente, come da almeno mezzo secolo la migliore cultura italiana non si stanca di ripetere, non è un lusso che solo società molto ricche si possono permettere, bensì un modo intelligente per risparmiare, sotto molti aspetti.

Innanzitutto risparmiare territorio, evitando di urbanizzare nuove aree, di realizzare nuove infrastrutture (strade, reti, ecc.) di ridurre ulteriormente i terreni permeabili, di aggredire altro territorio agricolo, di deturpare altro paesaggio.

Ma anche produrre beni (gli edifici restaurati) mediante processi ad alto contenuto di mano d’opera ed a basso consumo energetico, ad alto livello di creatività e professionalità ed a scarsa esigenza di manodopera dequalificata.

In sostanza il restauro mette in moto un meccanismo virtuoso sia sul piano culturale che ambientale ed economico. È una attività “socialmente positiva”, crea consapevolezza, offre sbocchi professionali, crea sviluppo sostenibile.

Quindi, nel cuore di questa crisi (che è strutturale, sistemica, globale, di lunga durata ed esito incerto), investire nel restauro (dei monumenti, dei tessuti storici minori ed in genere del patrimonio esistente, anche recente) è una cosa intelligente, sensata, economicamente corretta.

Purtroppo anche questo ragionamento, non nuovo né originale ma certamente più che mai attuale, si scontra con le scarse disponibilità finanziarie. Come nell’economia globale, si resta intrappolati dal circolo vizioso: per uscire dalla crisi servono quelle risorse che, proprio a causa della crisi, mancano.

Lasciando agli esperti decidere se le risorse mancano veramente o se piuttosto sono mal distribuite, c’è comunque da chiedersi: come adattare le strategie e le tecniche del restauro alle attuali condizioni? C’è un modo per contribuire a sbloccare il corto circuito risorse-investimenti?

In primo luogo è necessario non disperdere o vanificare le risorse già investite. L’Italia è un paese in cui ogni cosa, in particolare se pubblica, tende ad andare per le lunghe. I cantieri di restauro non fanno eccezione, anzi. Ora sarebbe un vero ed imperdonabile spreco se i restauri avviati da tempo fossero tagliati negli elementi essenziali, tali da inficiare la funzionalità del tutto. In questo modo, per risparmiare sull’ultimo passo, in realtà si rischia di dilapidare quanto già speso. Ma questi sono casi specifici, non proprio eccezioni ma certamente situazioni individuabili e controllabili.

In via generale, invece, bisogna approfondire, anche tecnicamente, metodiche e strategie che consentano di recuperare e riutilizzare il patrimonio edilizio esistente con interventi più diffusi e finanziariamente meno rilevanti. Forse bisogna cercare di rinunciare al restauro radicale e completo, per riconvertirsi ad una sorta di manutenzione permanente, più spartana ed essenziale, che permetta di utilizzare spazi ora abbandonati, magari in modo nuovo, più semplice, meno raffinato, ma possibile.

Due esempi.

Il primo riguarda proprio il San Domenico, restaurato e funzionante, ma non ancora completo. Manca la ricostruzione di un’ala del secondo chiostro, necessaria per dare continuità al percorso museale. Mancano i depositi e laboratori interrati. Queste sono lacune strutturali importanti, che mettono a rischio l’utilità finale dell’investimento già realizzato. Quindi è economicamente prioritario portare a termine anche queste parti. Nella chiesa mancano gli allestimenti: la parte essenziale è finanziata, e si farà, mentre il completamento di complesse tecnologie meccaniche ed acustiche, finalizzate all’uso come auditorium, può e deve essere rimandato.

Altro esempio: l’ex stazione e deposito delle autocorriere di Forlì, edificio a tipologia industriale degli anni ’30 del XX secolo, ora abbandonato. In questo caso si potrebbe sperimentare un approccio non tradizionale al tema del restauro, una sorta di manutenzione conservativa che punti essenzialmente alla messa in sicurezza statica e impiantistica, lasciando allo spazio interno la propria identità di luogo di lavoro, di officina. Le funzioni culturali e commerciali si potranno/dovranno adattare a condizioni insolite, che pongono a prima vista alcune limitazioni, ma che in realtà stimolano nuovi modi di abitare e gestire l’architettura storica.

La nostra cultura del restauro fa scuola nel mondo, ma ora dovremmo avere l’umiltà di farci contaminare un poco dal pragmatismo anglosassone, salvando i fondamentali.

(Gabrio Furani)

(Foto Giorgio Sabatini)