domenica 17 novembre 2019

Cultura

Federico Zanzi: figure sfigurate

23 ottobre 2013
Federico Zanzi: figure sfigurate

Honoré de Balzac nel 1842 dava il titolo di Comédie humaine alla raccolta delle sue opere di romanziere composte a partire dal 1829, creando un unico ciclo narrativo per rappresentare un quadro completo della società francese nel periodo post napoleonico. Gettando i principi del realismo moderno, nonostante aspetti romantici e per certi versi melodrammatici, Balzac intendeva presentare l’umanità come un insieme di “specie” sociali, influenzate dall’ambiente e, al tempo stesso, riaffermava l’esigenza di un ordine spirituale e politico. L’umana commedia di Federico Zanzi, alla quale non sono esenti aspetti drammatici, investe non tanto la sfera sociale quanto quella intima, per certi aspetti domestica, dove ai temi sociologici si sostituiscono quelli affettivi ed esistenziali. Zanzi si guarda attorno ma non osa andare troppo lontano, certamente non esita a sconfinare nei territori della storia dell’arte antica e moderna, ma poi ritorna a se stesso per tentare di dare una risposta al senso della vita.
Nelle opere degli esordi di grande formato è già presente, come un annuncio profetico, una traccia della sua poetica che si rivelerà progressivamente nei ritratti e nei gruppi di famiglia. Rivisitando dipinti tra Cinque e Seicento e rielaborandoli senza tradire l’aspetto formale della composizione, presta una particolare attenzione alla tensione etica e spirituale e rintraccia in essi attestati di una vanitas che non porta i segni del tempo storico ma tende piuttosto a svelare la perenne fugacità delle cose mondane e di conseguenza lascia intravedere la condizione dell’essere nel mondo, dominata dallo stato di precarietà, alla quale non è dato sottrarsi pur sentendosene estranei. L’oscurità quasi teatrale che prevale sulla luce, concentrata esclusivamente sulle figure o su parti di esse, accentua un senso di spaesamento e al tempo stesso di innegabile sacralità. Il san Girolamo nel deserto assorto in contemplazione e la Madonna e Giovanni ai piedi della croce addolorati anticipano un’indagine che coinvolge le ragioni del cuore attraverso ritratti e scene di gruppo di personaggi emotivamente e sentimentalmente a lui vicini. Figure in primo piano, a mezzo busto come in una sequenza cinematografica, vengono isolate e poste in un altro contesto al fine di creare una situazione emozionale per un inatteso evento narrativo.
A volte sembrano emergere dal buio profondo, altre da prati fioriti ma privi di luce: sono sempre fondali scenografici bloccati, freddi, spenti, e proprio per questo fanno risaltare impietosamente l’espressione contorta e sfigurata dei volti, eppure vitali, che trattengono un’indeterminata sofferenza. E ancora di più il contrasto tra ciò che muta e ciò che permane nell’indifferenza è evidenziato dallo stridente confronto tra l’abbigliamento dei personaggi femminili e la pelle dei loro volti. I vestiti a tinte forti e anche vivaci con fiori che sono macchie inerti di colore accentuano ulteriormente il processo inarrestabile di degrado o di semplice e progressiva trasformazione a cui il corpo è sottoposto. Se non sempre si riesce ad accettarlo, allora anche lo sguardo tende a spegnersi, ma resta un anelito di vita. Zanzi vuole andare oltre alle apparenze, talvolta accentua i tratti fisiognomici, marca i lineamenti sfiorando anche il grottesco, altre volte li cancella senza ironia, per alludere a qualcosa che sta sotto, che non si può e forse non si deve vedere, ma solo intuire. Ancora, la tensione espressionistica di matrice nordica si manifesta nella bocca che, quasi annullata o ridotta ad una fessura, non riesce a dar voce al dolore e a ciò che si agita nell’interiorità, e gli occhi asimmetrici, quasi solo cavità, sono orientati in direzioni opposte, verso l’esterno e verso dentro. Così un volto, reso dalla densità cromatica quasi una maschera, oppure slavato e ridotto a sagoma, diventa una pura presenza pittorica.

(Aldo Savini)

(Foto Lidia Bagnara)