martedì 22 ottobre 2019

Territorio

Sentieri lastricati di storie

6 settembre 2013
Sentieri lastricati di storie

La linea di acqua è veloce, sottile e di tanto in tanto precipita in pozze, incastrate da grandi sassi stondati. Difficile capire dove il Bidente di Pietrapazza abbia trovato la forza per scavare e solcare questa valle. Santa Sofia dista pochi chilometri. I popoli hanno abbandonato questa conca e le sue coste mezzo secolo fa; famiglia dopo famiglia hanno lasciato i poderi, ponti, muri, campanili, tratti di sentieri, maestà. Una storia che si mescola a una natura ora indisturbata, selvaggia. Vicende che possono essere comprese meglio se lette senza parole, a piedi, lungo le tracce che univano valli, creste, comunità e parrocchie. Le pietre, accostate a formare un arco, attraversano il “piccolo” Bidente. Il ponte a schiena d’asino è chiamato anche della “bottega”. La casa sulla riva opposta era un antico alimentari, uno spaccio in cui si trovavano i generi di prima necessità, quelli che non si potevano coltivare, ricavare dalle bestie al pascolo o raccogliere nella macchia. Il percorso inizia da qui, al margine della strada che sale a Pietrapazza.

Il segnavia CAI 211 comincia a salire verso Casanova dell’Alpe. Il fondo di pietre posizionate dall’uomo regge ancora, a tratti, come un tempo. Oggi è un sentiero, fino a mezzo secolo fa era la strada principale: anche un cippo in pietra, appena prima del ponte, ricorda che da qui partiva la strada maestra per Ridracoli. Poco oltre si mantiene la sinistra sul segnavia 211, lasciando a destra la traccia che indica la direzione di due altre importanti frazioni, quella di Trappisa e oltre quella del Borgo di Strabatenza e della chiesa di San Donato, che rappresentavano i nuclei principali di questa valle. Ci si è lasciati alle spalle Ca Palazzina. Ogni abitazione, ogni podere avrebbe decine di vicende da raccontare, come se fossero capitoli di un libro e l’itinerario è un continuo intreccio di storie. Quella del Molino delle Cortine, ad esempio, è una vicenda importante, iniziata nel 1500 e portata avanti tra la fine dell’ottocento e la seconda metà del novecento da famiglie con cognomi conosciuti e portati da molti in questo territorio: i Fabbri, i Giannelli, i Milanesi. Erano mugnai, macinavano i cereali con la forza dell’acqua in un periodo in cui i mulini svolgevano un ruolo importantissimo, anche sociale.

La salita è a tratti impegnativa, scoperta dagli alberi, e prosegue di taglio al fianco delle coste che salgono alla cresta, oltre la quale si trova la vallata della Comunità di Ridracoli. Il colpo d’occhio risale la valle, in direzione di Pietrapazza, nella conca e poi verso il Monte Carpano che segna la cresta, confine lontano con la vallata del Fiume Savio. La vegetazione è una vera e propria macchia, fitta però solo a tratti, con arbusti come il biancospino, il corniolo, la ginestra e piccoli alberi come roverelle, carpini, olmi. Il terreno instabile di argilla e marna non è ideale per gli alberi d’alto fusto che sono rari, aggrappati a pianori di terra più salda. Una colonna votiva, la maestà, annuncia il Trogo, una delle case più grandi della vallata, costruita di sasso sulla dolce dorsale del monte. Passò da un certo Francesco Buscherini, che viveva qui nel 1816, alla famiglia Rossi. Vi abitò poi Giovanni Beoni, tra il 1959 e il 1960, anno in cui il podere fu abbandonato. La casa dà il nome alla traccia, che era conosciuta da tutti come “la strada per il Trogo”.

Il tratto più difficile della salita comincia poco dopo, oltre la fonte della Spugnazza posta a 700 metri sul livello del mare. Per raggiungere “l’Alpe” ci sono un paio di chilometri, difficili ma anche interessanti. Più ci si eleva di quota più il paesaggio prende forma, diviene più ampio, importante. L’Appennino sembra un susseguirsi continuo di creste, a volte parallele altre volte coincidenti, e di fossi ripidi che scavano le coste fragili. La vegetazione da lontano appare impenetrabile, il manto lascia scoperte le zone più aride, più erte dove crescono il ginepro e l’elicriso. Il lontananza, scostati dal sentiero, si vedono a fatica altri muri, camini: Cà la Galluzza. Difficile immaginare che per comperare sale, farina, zucchero, vino o per scambiare castagne, patate, si fosse obbligati a percorrere questo faticoso sentiero. Ancora più difficile immaginare, oggi, che a Le Fiurle, nel 1879, venisse aperta una Osteria.

Casanova dell’Alpe sorge qualche centinaio di metri più a monte, lungo il crinale dominato dal Passo del Vinco, a 971 metri di altezza, al margine della Foresta della Lama, in uno dei tratti più suggestivi e meglio conservati del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Era un piccolo centro composto dalla chiesa in cui officiava la domenica il parroco di Strabatenza, dalla canonica, in cui aveva sede anche la piccola scuola pluriclasse, e da alcune abitazioni. È la frazione più alta del Comune di Bagno di Romagna. A Casanova dell’Alpe facevano riferimento molte altre famiglie, che abitavano in case sparpagliate tra coste, fossi e creste. Tutto questo fino alla fine degli anni Sessanta, periodo in cui in pochi mesi, una dopo l’altra, le famiglie lasciarono case e casolari per trasferirsi a Santa Sofia o Bagno di Romagna.

(Matteo Ranucci)

(Foto Giorgio Sabatini)