mercoledì 20 novembre 2019

Territorio

I cacciatori della valle

17 maggio 2013
I cacciatori della valle

È verità universalmente riconosciuta anche da coloro che non hanno una particolare dimestichezza con le discipline storiche, che la seconda metà del XX secolo ha rappresentato un mutamento repentino e profondo negli stili di vita della società italiana. Anche Ravenna, ovviamente, non ha fatto eccezione. Su queste pagine si è narrato di tante manifestazioni che non hanno retto alla furia della modernizzazione novecentesca. Una di queste, e fra le più tipiche, era la passione tutta ravennate per la caccia.

La sua diffusione fu strettamente correlata, fin da tempi antichissimi, alla condizione ambientale del territorio, con la presenza di vaste aree incolte e selvagge, delle paludi e dei boschi, e poi delle pinete, che fornivano un’ampia gamma di prede. Si andava da una ricca schiera di volatili (pernici, fagiani, quaglie, merli, anatre e vari uccelli di valle), a piccola selvaggina come le lepri, fino a prede di stazza maggiore che, almeno fino ad un certo periodo, popolarono le pinete, come cervi, caprioli, e anche lupi.

Se per i nobili, a partire dal Medioevo, l’attività venatoria era uno status symbol che univa diletto e affermazione di ruolo sociale, per i più poveri costituiva un’importante fonte di sostentamento, integrativa di quella agricola o anche esclusiva, nel caso di quelli che i “cacciatori” lo facevano di mestiere. Mentre i primi si esercitavano nell’uccellagione con lo sparviero o il falco, borghesi e popolani si avvalevano della balestra, sostituita dall’archibugio a partire dal XVII secolo. Tutti, ovviamente, con l’immancabile ausilio del cane da caccia. I documenti antichi testimoniano poi dell’esistenza, almeno fino al ‘500, delle “pantere”, strutture semi-stabili costituite da un fossato e da una rete, utilizzate per la cattura degli uccelli nelle zone di valle o di pineta.

Ma non c’era solo l’aspetto strettamente utilitaristico. La caccia era anche, e forse soprattutto, un’attitudine mentale, uno stile di vita in cui l’atto in sé era solo un elemento fra i tanti che distinguevano il vero seguace di Sant’Uberto. Gli altri erano un vasto contorno fatto di rapporto con la natura, segni identitari come l’abbigliamento tipico (la sacona, giacca di velluto dall’ampio tascone alla base della schiena), riti sociali (i ritrovi di gruppo, i racconti di imprese venatorie vere o presunte, le mangiate, gli scherzi a la ravgnâna destinati a fare epoca). Elementi che s’impressero sempre più nella mentalità comune (quasi che essere un buon cacciatore fosse un attributo indispensabile del vero “ravignano”) anche perché caratterizzavano in particolare la caccia in pineta, dove la dimensione collettiva era assai importante.

La tecnica tipica, in questo ambiente, era quella del “rastello”, ossia “una adunata tattico-strategica di una quindicina di cacciatori – così la definì Paolo Poletti, l’avuchet Pulett di stecchettiana memoria ed egli stesso accanito cacciatore – che si raccoglie ai primi chiarori dell’alba in un determinato punto della pineta”. Il rastello aveva un “capitano” (carica altamente onorifica attribuita a vita), coadiuvato da un “furiere” (incaricato di organizzare il gruppo dei partecipanti) e dai “baroni” (umili portatori di viveri). “Il capitano dirige l’azione e dà il segnale dell’avanzata: la compagnia avanza a semicerchio: ad un punto designato il rastello si chiude. È quello più emozionante. I tordi saettano da tutte la parti e la fucileria si sgrana vertiginosa”.

L’operazione veniva ripetuta più volte nel corso della giornata e non era priva di rischi per i partecipanti, che a volte finivano col ricevere la scarica di piombo destinata alle prede. Non è difficile immaginare la competizione fra i diversi rastelli, i momenti di tensione nel caso d’incontro fortuito nel folto del bosco, i sotterfugi per accaparrarsi le posizioni migliori.

In effetti, i rastelli non erano aggregazioni estemporanee, ma parte di vere e proprie compagnie stabili, di cui abbiamo notizia almeno dal ‘700. Assai celebre, verso il 1820, fu quella degli “Americani”, così chiamata perché sorta attorno al ritrovo dell’osteria al “Cacciatore americano” di Antonio Ghirardini detto Buraccina, in borgo San Rocco, e che celava in realtà una setta di carbonari che elesse come proprio capo nientemeno che George Byron. Verso il 1870 le maggiori erano la “Compagnia di caccia”, i cui membri si ritrovavano nel caffè della piazza di fronte alla prefettura, e la “Capanna”, con sede in vicolo Violino. In seguito le compagnie iniziarono a moltiplicarsi, ognuna con un proprio nome e una propria caratterizzazione. Ecco allora sorgere “Agl’Ombar”, “I Cuntaden”, “E’ Canel” (composta soprattutto da coloni di Porto Fuori), “La Cocla”, nata nel 1888 in una piccola stanza di borgo San Biagio da una secessione dalla Compagnia di caccia. Alcuni giovanissimi componenti della Cocla ne fuoriuscirono a loro volta per dare vita alla “Cumpagnì d’Iorfan”, negli stessi anni in cui la “Parpaia” e i “Bigaròn” davano vita ad una furiosa rivalità reciproca. “E terròr” riuniva invece medici e farmacisti, che arrivavano alla partite di caccia in diligenza e non dovevano godere di eccessiva simpatia da parte degli altri sodalizi, dal momento che furono gratificati del poco commendevole epiteto di rompa-caz. Particolarmente attivo nella caccia fu poi il Circolo Ravennate. Questo, alla fine dell’Ottocento, in collaborazione con gli ufficiali del presidio militare, introdusse anche la pratica aristocratica della caccia alla volpe in pineta (per quanto si trattasse in effetti di un esercizio di abilità equestre, più che venatoria), ripresa con successo alla fine degli anni ’30, quando l’associazione mutò addirittura il nome in Circolo Ravennate delle Cacce.

Rispetto a quella di pineta la caccia di valle, che consisteva in lunghi appostamenti in ricoveri semisommersi spesso fra le intemperie, era un esercizio più solitario e, si può dire, più meditativo. “Il fascino della caccia in palude, chiusi nella botte, a godersi la burrasca (la bura), a scrutare nella nebbia”… Così la rievocava Massimo Stanghellini quando ormai era divenuta un argomento da vecchie memorie “ravignane”.

Oggi il rapporto con la natura si cerca in altro modo, magari con in mano una macchina fotografica al posto del fucile. Cosa buona in sé ma anche, a ben vedere, il segno di un distacco. Quello che si è consumato qualche decennio fa, e che ci fa guardare come ad una favola i secoli in cui l’uomo era talmente connesso alla natura da condividerne anche il lato crudele, e al tempo stesso sfruttarla senza remore, proprio perché sapeva di non poterla distruggere davvero.

 

(Andrea Casadio)

(Foto: Massimo Fiorentini)