martedì 12 novembre 2019

Territorio

Rimini felliniana. Tra sogno e realtà

10 maggio 2013
Rimini felliniana. Tra sogno e realtà

La Rimini di Federico Fellini è una città sospesa tra la dimensione reale e quella onirica. È un mondo, un crocevia in cui le persone e le storie si incontrano e si scontrano. Nei film in cui è protagonista, Rimini è tanto uno spazio sul quale si muovono i personaggi quanto un elemento partecipe della storia, che irrompe prepotente e condiziona lo svolgersi degli eventi. In numerose scene s’intravedono vie e palazzi che non hanno altra funzione se non quella scenografica. Per il grande regista la memoria della sua Rimini è sempre stata forte e più di una volta sono i luoghi stessi della città ad essere protagonisti.

Per Fellini sono due le anime della città. A monte della ferrovia c’è il centro storico, la città vera e propria con le sue piazze, la rocca, le colline. Dall’altra parte c’è il mare, la spiaggia, il Grand Hotel. È una Rimini godereccia, scanzonata che si diverte. Nel centro c’è la stazione ferroviaria, il luogo della partenza e degli addii.

Fulcro della città e centro nodale delle storie dei Vitelloni e dei personaggi di “Amarcord” è Piazza Cavour, con la fontana della Pigna, la pescheria vecchia, il teatro e il palazzo dell’Arengo. Da sempre la piazza contende il primato di centro a Piazza Tre Martiri, un tempo dedicata a Giulio Cesare. Ma quella era l’antico foro romano, l’incrocio tra il cardo e il decumano, questa è invece il centro della città medievale, nuova, e ancora oggi qui si incontrano le persone alla fontana della Pigna o sotto i portici della pescheria vecchia – costruita nel ‘700 – seduti sui banconi di marmo dove un tempo veniva esposto il pesce. Del teatro Poletti rimane solo la facciata. Il resto è stato distrutto durante la guerra e ritirato su in fretta e furia. Ma l’ordine della piazza non ne viene toccato. Sul lato lungo della piazza, opposto a quello della vecchia pescheria, si trovano il Palazzo dell’Arengo, del Podestà e del Comune, le sedi del potere cittadino. Ma l’elemento che più rappresenta il luogo è la fontana della Pigna, così chiamata per la grande pigna posta in cima; costruita a metà del ‘500 con marmo di Carrara ha alcune parti, come il tamburo che sostiene la pigna, di epoca romana. Meno amata dai riminesi la statua di papa Paolo V. Nella finzione scenica, piazza Cavour era il luogo di incontro dei Vitelloni. Qui abitavano, infatti, i personaggi principali: il mite Moraldo (Franco Interlenghi), Fausto il seduttore (Franco Fabrizi) e l’infantile Alberto (Alberto Sordi).

Alle spalle di Piazza Cavour, dietro al Teatro, si trova la Rocca malatestiana. Il castello, appena accennato in una scena di “Amarcord”, viene citato da Fellini come “una presenza nera, nel ricordo della città”. In effetti, per lungo tempo, il castello è stato marginale e quasi ingombrante per la città, fino al recupero dei primi anni del 2000, quando fu restaurato e trasformato in sede di prestigiose mostre internazionali.

La memoria di Fellini si perde poi oltre la città, verso le colline dove vivevano i contadini, o lungo il Marecchia, fiume amato e percorso più e più volte dal regista. L’anima forse più cinematografica di Rimini è quella del mare, della spiaggia e dell’estate. Per cogliere davvero lo spirito della città, il genius loci, la sua essenza, la natura che ha dato vita ai sogni e alle malinconie di Fellini, si deve fare uno sforzo in più e venire al mare, sulla spiaggia, d’autunno o d’inverno, quando non ci sono più gli ombrelloni e le sdraio, ma solo la nebbia, il cielo basso e grigio e lo sciabordio delle onde sulla battigia. Tutta la voglia di partire, la tensione verso ciò che è lontano parte da qui. Si stenta quasi a riconoscere lo stesso mare e la stessa spiaggia che facevano da fondale alle imprese dello zio Titta, il Pataca, il playboy che nelle calde notti estive passeggiava e amoreggiava con le turiste tedesche.

L’altro punto focale della città, luogo fondamentale della memoria e della visione felliniana di Rimini è il Grand Hotel. La descrizione migliore di questo luogo magico la dà lo stesso regista: “Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d’estate il Grand Hotel diventava Istanbul, Baghdad, Hollywood. Sulle sue terrazze, protette da cortine di fittissime piante, forse si svolgevano feste alla Ziegfel. Si intravedevano nude schiene di donne che ci sembravano d’oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire”. Il Grand Hotel di Rimini è stato inaugurato nel 1908 e subito è diventato un simbolo della città e un luogo d’attrazione per tutto il paese e per i turisti. L’edificio, gli stucchi, le statue che lo abbellivano, le cupole che lo sovrastavano, tutto dava vita ad un luogo incredibile in cui poteva avvenire ogni cosa, una porta che metteva in comunicazione Rimini con l’oriente e con il mondo dei sogni e dei desideri. Negli anni le vicende dell’Hotel sono state alterne. Nel luglio 1920 un incendio distrusse le due cupole ornamentali che sovrastavano il tetto, mai più ripristinate, e altri danni arrivarono durante la seconda guerra mondiale, a causa dei bombardamenti subiti dalla città. L’interno è però rimasto lo stesso e si respira sempre una grandeur forse un po’ decadente ma molto levantina e ricca di fascino. Ancora oggi le camere conservano gli arredi francesi e veneziani del XVIII secolo, il parquet e i lampadari veneziani dell’arredamento originale, mentre nelle sale ristorante gli arredi, i dipinti e le luci rievocano l’atmosfera del passato.

(Stefano Rossini)

(Foto: Ricardo Gallini)