domenica 15 dicembre 2019

Cultura

Elena Hamerski: La realtà immaginata

8 maggio 2013
Elena Hamerski: La realtà immaginata

Elena Hamerski, parliamo di lei. Qual è il suo percorso artistico?

“Ho frequentato il liceo artistico di Forlì indirizzo Pittura; mi sono appena diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sempre con un indirizzo in Pittura. Direi quindi che la pittura è stato il primo e difficile linguaggio per appassionarmi all’arte”.

Cos’è allora la pittura per lei?

“È stata ed è per me una sorta di madre. È la tradizione, e questo oggi sembra facile da capire, ma in realtà complica le cose per gli artisti. Benché sia un grande amore, azzardo a dire che per me la pittura oggi è un mezzo come altri; l’arte è un contenitore di mezzi e bisogna saper scegliere uno di questi non in base alla forma, ma al contenuto”.

Nonostante la sua giovane età appare già molto determinata dal punto di vista artistico.

“Beh… (ridendo) se un giovane non è determinato chi dovrebbe esserlo? Non si può rischiare di perdere delle chance”.

Una definizione per la sua arte: vuole esprimere contestazione, malessere?
Forse è ancora un po’ presto per definire la mia arte, i critici fanno ancora fatica a definire l’arte in sé. Non ho questa pretesa. So che sono affascinata dalle innumerevoli contraddizioni in cui viviamo e la mia ricerca è una riflessione su queste contraddizioni”.

L’originalità dei suoi lavori ha anche un riflesso emotivo?

“Tutta l’arte è fatta per muovere un’emozione. Oggi più che mai, in un mondo ricchissimo di stimoli, si rischia durante l’arco della giornata di finire anestetizzati. L’arte ci riporta a ritrovare un senso emotivo della vita, e questo sia per chi la produce sia per chi la fruisce. Nel mio lavoro in particolare c’è sicuramente una matrice emotiva, dovuta alla scelta di dipingere utilizzando direttamente il mio corpo”.

Quali sono i suoi artisti di riferimento?

“Francis Bacon, Paolo Uccello, Anselm Kiefer, Marina Abramovic, Merlene Dumas”.

A quanto pare lei ha abbandonato l’arte prettamente figurativa oppure non l’ha mai presa in considerazione: verso quali traguardi la condurrà l’esperienza attuale?

“Ho preso sempre in considerazione l’arte figurativa, perché è una parte imprescindibile della nostra tradizione… noi poi siamo italiani. Io ritengo che le mie opere abbiano una forte attinenza con la realtà; una realtà immaginata. Ci sono oggetti al centro della mia ricerca: sassi, semi, paesaggi, mappe geografiche. Addirittura volti umani. Poi io li tratto come stereotipi. Non mi metto a ritrarre analiticamente la realtà, ma essa è sempre al centro della mia ricerca”.

Come giudica la situazione artistica forlivese? Ci sono artisti che lei ammira particolarmente?

“Il mio percorso è iniziato a Forlì, al liceo artistico. Questa scuola è stata la mia prima maestra, mi ha armata di una sensibilità e di capacità tecniche che mi hanno avvantaggiato nel percorso successivo. Sono abbastanza critica sulla situazione forlivese, ma questo è dovuto principalmente alla mancanza di politiche relative alle arti visive. E questo mi ferisce molto. Le occasioni per i giovani artisti sono praticamente nulle. E le assicuro che non siamo pochi”.

Quali i suoi progetti futuri nel campo dell’arte?

“Sto lavorando ad un nuovo progetto incentrato su Anacleto Margotti, artista imolese del Novecento. Sto cercando di analizzare, attraverso una serie di sue opere in collezione privata, il problema estetico della fruibilità e non fruibilità dell’opera d’arte.

E poi a proposito della difficile situazione per gli artisti a Forlì mi sono prefissata una nuova sfida: dar vita ad un’associazione di giovani artisti. Spero che possa smuovere qualcosa”.

(Rosanna Ricci)