venerdì 22 novembre 2019

Cultura

Marco Missiroli. Romanzo riminese

24 aprile 2013
Marco Missiroli. Romanzo riminese

La prima dote di un grande scrittore è saper ascoltare. Marco Missiroli, questa dote, ce l’ha innata. Ascolta e ti ascolta, come se fosse lui a intervistarti, e non a essere intervistato. Che sia questo il segreto del suo successo? “Molte delle storie che racconto nei miei libri sono ‘vere’: me le hanno raccontate. Io non ho dovuto fare altro che scriverle. La vita vera, spesso, è più incredibile di un romanzo”.

Marco Missiroli ha un’altra grande dote: l’umiltà. Eppure potrebbe permettersi ben altro atteggiamento questo giovane scrittore riminese, considerato uno dei più interessanti autori emergenti della letteratura italiana. Che poi tanto emergente non è. Dopo il premio Campiello per l’opera prima, vinto nel 2005 con il romanzo d’esordio Senza coda, Missiroli è già al suo quarto libro. E il suo Il senso dell’elefante, pubblicato per Guanda alla fine di febbraio, è già diventato un caso letterario. Venduto in Germania e in Francia, accolto con entusiasmo dalla critica. Un libro che conferma il talento narrativo di Missiroli, e segna il suo ‘ritorno a casa’. Sì perché “le pagine più belle del romanzo sono quelle ambientate a Rimini”, città natale del protagonista del libro, Pietro, un ex sacerdote che va a Milano a fare il portinaio di un piccolo condominio, per conoscere il figlio avuto da una relazione ‘clandestina’ con una donna conosciuta quand’era ancora un giovane prete.

La storia di Pietro s’intreccia a tante altre storie di vita, incredibili eppure “tutte vere”. Nel romanzo Missiroli affronta temi come l’amore e il tradimento, la malattia e l’eutanasia, ma soprattutto la devozione per i figli. La stessa che “hanno gli elefanti, animali straordinari che si prendono cura di tutti i piccoli del branco, anche di quelli che non sono i loro figli. Da qui il titolo del libro…”.

Lei ha detto più volte, presentando il libro, che la vera protagonista di questo suo nuovo romanzo è Rimini. Una scelta di cuore, o dettata da esigenze narrative?

Scrivere una storia ambientata a Rimini per me è stato difficilissimo. E ho capito, scrivendo, quanto sono legato alla mia terra, alle mie radici. D’altra parte questo è anche il mio romanzo più intimo, più autobiografico. Le storie che volevo raccontare non potevano che essere raccontate attraverso Rimini”.

Alcune delle scene hanno un sapore quasi felliniano: il Grand Hotel, corso d’Augusto, la ‘palata’, il mare. Qual è il suo rapporto con le opere del Maestro?

Nessuno ha raccontato Rimini come l’ha fatto Fellini in Amarcord. Sono partito da lì. Ma la mia è una Rimini reinventata, spogliata dal frenetico ritmo estivo, in qualche modo trasfigurata. Un’immagine che è piaciuta molto. Infatti hanno comprato il libro anche in Francia e in Germania”.

Tornando alla trama, lei affronta un tema forte come l’eutanasia. E in molte pagine del suo libro il protagonista Pietro si rivolge direttamente a Dio… Qual è il suo rapporto con la fede?

Cerco costantemente il confronto con Dio, ma non certo per il motivo che ha sostenuto qualcuno, e cioè che io sarei uno scrittore cattolico. È tutto il contrario. Mi sento uno scrittore spirituale. È ben diverso…”.

Il romanzo sembra mettere il dito nella piaga delle famiglie di oggi, nei rapporti tra genitori e figli sempre più complicati e abbandonati a loro stessi…

È proprio questo il punto. C’è chi i figli li ha ma non se ne cura, e chi invece farebbe di tutto per averli ma non può. E in Pietro c’è tutta la devozione per il figlio che non ha potuto crescere e amare. Una devozione che porterà ad un finale sorprendente”.

Il romanzo si conclude con il ritorno a Rimini. E lei, che vive a Milano ormai da sei anni, torna spesso a Rimini? Ci sono dei luoghi che non rinuncia mai a rivedere, quand’è a casa?

Almeno una volta al mese passo un fine settimana a casa, e non c’è volta in cui non passi dal borgo San Giuliano e dal porto. Da un po’ di tempo mi capita di salire in sella alla bicicletta e percorrere la pista ciclabile che taglia il parco Marecchia e arriva fino alla darsena. Scendo giù con la bici e arrivo fino agli scogli, proprio sotto la passeggiata. Mi scelgo uno scoglio piatto e sto lì. Poi penso a Milano e mi dico che tornerò ad invecchiare qui, su questo scoglio”.

Negli ultimi anni, a più riprese, rispunta il dibattito sull’identità riminese. C’è chi dice che Rimini non abbia un’anima. Lei, da scrittore che ha mantenuto un forte legame con la sua terra, che ne pensa?

Che l’identità riminese in fondo è un ossimoro: siamo scanzonati, ma anche malinconici. Ed è questo contrasto a fare di noi riminesi delle anime piene, autentiche, spontanee. Vista dalla Madonnina, Rimini è davvero qualcosa di raro, e te ne accorgi soprattutto se sei fuori. Prima di venire a Milano non lo sapevo, poi ho capito. Rimini custodisce tante sue anime, a partire da quella impertinente dell’estate che comunque ci lega al mare. E poi quella del freddo: la più poetica, fatta di una specie di discrezione che finisce nella nebbia e nel gelo, dove c’è davvero qualcosa di onirico. Per questo scriverne in un romanzo che parte da Milano e torna a Rimini significa ritrovarsi e rivivere le radici, ma soprattutto avere la possibilità di vedere le proprie radici”.

Lei è ormai da anni uno scrittore affermato: come i libri hanno cambiato la sua vita?

In meglio. Dopo la stesura di ognuno ho imparato qualcosa. Con Il senso dell’elefante ho imparato tantissime cose, anche perché mi ci sono dedicato per due anni e mezzo. L’ho riscritto quasi completamente per tre volte, alla fine mi sentivo svuotato. Ma questo libro, alla fine, si è rivelato un amico, un compagno. E con lui… sì, questo lo posso dire: con questo romanzo ho imparato a sconfiggere la solitudine”.

Quanto conta l’amore nei suoi romanzi?

Il primo libro è nato perché una ragazza mi ha sostenuto nella mia improvvisa impresa di scrivere. E quello era il mio primo amore. I sentimenti sono una delle fondamenta da cui nasce la scrittura stabile, che dà la forza per sostenere un romanzo. Con questo non dico che non si possa scrivere un gran libro se non si ha un sentimento in corso, dico solo che è più difficile. Il senso dell’elefante è nato in questa stabilità, non avendo una relazione, ma con un forte senso di sottrazione amorosa. Forse quel senso di protezione verso ciò che è lontano viene da qui”.

(Manuel Spadazzi)

(Foto: Studio Paritani)