mercoledì 23 maggio 2018

Territorio

Pinete sul mare

24 luglio 2015
Pinete sul mare

Le formazioni boscate del ravennate rappresentano un patrimonio di grande valore ambientale e al tempo stesso di elevato simbolismo storico-culturale. Di fatto queste foreste, più o meno rimaneggiate nei secoli dagli uomini, raccontano dello stretto rapporto tra i più antichi residenti e una natura selvaggia, poi sapientemente plasmata e “addomesticata” per potenziarne gli usi e mantenere il bosco come patrimonio capace di fornire ricchezza e fonte di sostentamento. Il bosco offriva infatti prodotti diretti quale legname e frutti spontanei, ma era luogo anche per il pascolo del bestiame bovino che grande parte ebbe nel settecento come forza lavoro per l’organizzazione agraria dell’intera società. La foresta rappresentava una risorsa per la comunità dato che vi si esercitava il diritto al pascolo e quello al legnatico (raccolta della legna); nella foresta si poteva cacciare, si raccoglievano erbe di vario genere (utilizzate direttamente come alimento e per estrarne principi ad uso medicinale). Il bosco era inoltre luogo di lavoro per molte maestranze e di sostentamento diretto per i meno abbienti. Severe norme regolavano sia il pascolo che la raccolta del legname; molti meno riferimenti e contese si ebbero per il diritto di caccia e di pesca, tanto da ipotizzare una certa libertà nella pratica di queste attività.

Sicuramente sarebbe facile descrivere l’assetto e l’evoluzione di questi boschi a partire dalla loro storia più recente e cioè da quando si hanno informazioni certe sulla coltivazione, cura e gestione della foresta-pineta; ben più avvincente tuttavia, anche se più complessa, è invece la storia naturale del bosco autoctono, di quello originario che prese piede sulle dune più consolidate anche a poca distanza dal mare: in poche righe cercheremo di riassumere queste vicende di chiara origine naturale. La foresta primigenia esisteva già nella sua magnificenza da tempi assai remoti; essa si doveva configurare quanto mai differente rispetto a ciò che vediamo oggi più nel piano arboreo che in quello arbustivo: si ritiene infatti che la flora del sottobosco sia giunta abbastanza “indenne” ai giorni nostri. Ovviamente l’estensione di queste foreste doveva essere davvero strabiliante, dato che tutti i territori costieri a ovest del cordone costiero (dove oggi sorgono Ravenna e ovviamente i vari lidi), lungo le strisce paleo-dunali, potevano ospitare alberi; il paesaggio forestale che si componeva era dominato dai querceti caducifogli moderatamente tolleranti dell’aridità estiva e capaci di sopportare una falda acquifera oscillante tipica delle zone paludose. La specie più diffusa tra le essenze arboree era sicuramente la Farnia (la quercia di pianura per antonomasia ancora oggi abbondante nella Pineta di Classe); ricche compagini arbustive più marcatamente mediterranee come ginepri, Agazzino, Spinocervino e Scotano si diffondevano nelle radure e là dove il bosco era più rado e luminoso. Il Leccio, quercia sempreverde, compariva qua e là nel ravennate; solo nel Ferrarese, a Bosco Mesola cresce oggi abbondantemente a seguito di una rigida selezione selviculturale che ha cercato di avvantaggiarla. Il Leccio mal sopporta periodi di allagamento, situazioni frequenti invece in queste zone costiere così prossime alle foci dei numerosi fiumi padani.

Si conviene far risalire la gestione forestale dei soprassuoli arborei a pineta di Pino domestico (detto anche Pino da pinoli dalla tipica chioma ad ombrello, da non confondersi con il Pino marittimo, più slanciato e mai altrettanto maestoso quanto il primo!) tra il 900-1000 e il 1100: è di fatto in questo intervallo di pochi secoli che i documenti riferiti ai boschi del ravennate cambiano la dicitura generica da silvae (cioè bosco-foresta), verso la più specifica pignetae (bosco di pini). Oggi, sulla base delle potenzialità espresse dalla vegetazione nelle aree non più oggetto di coltivazione, si può osservare quale doveva essere l’assetto più antico di questi boschi: il querceto con Farnia, Rovere e Roverella misto a frassini, pioppi e Olmo campestre. Di fatto il Pino domestico, che nei secoli ha avuto tanti sostenitori (pigne e pinoli servivano per pagare canoni e debiti al pari del denaro, il legname fu utilizzato per costruire la rocca di Ravenna e le palate del porto, dal legno del pino si ricavava la pegola per incatramare le barche e realizzare la pece, ottima era anche la carbonella ottenuta per combustione lenta dal legno più vecchio dei pini), è una presenza forzata sotto il profilo propriamente ecologico. Più di un autore è concorde nell’affermare che: “non è mai stata documentata la spontanea rinnovazione del Pino domestico, tanto che esso ha potuto diffondersi e vegetare solamente grazie alle continue cure colturali, alla lotta incessante contro le altre essenze forestali concorrenti (ma indigene!), alle ripetute piantumazioni praticate per ovvi motivi economici prima e per tradizione e senso estetico poi.” Le notizie più antiche della presenza certa del Pino domestico nel ravennate risalgono tuttavia al V secolo d.C., quando esso viene citato in una cronaca riferita allo scontro bellico tra Odoacre e Romolo augustolo precisamente nel 476, ma una continuità tra le pinete di questo periodo e quelle del XII secolo non è mai stata dimostrata.

Assai più recentemente vengono costituite le pinete costiere (demaniali statali) a prevalenza di Pino marittimo: ne sono esempio le stazioni di Casal Borsetti, Ramazzotti, Savio e la Pineta di Pinarella-Zadina. Questi boschi, generalmente densi e ombrosi, laddove diradati hanno consentito l’ingresso di specie autoctone come il raro Alaterno e di numerose orchidee spontanee.

(Testo e foto Giancarlo Tedaldi)

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