lunedì 19 novembre 2018

Cultura

L’ANIMA ROCK DI FORLÌ

15 luglio 2015
L’ANIMA ROCK DI FORLÌ

I Blastema sono una band musicale molto viva nel panorama nazionale. Nel 2012 sono stati chiamati ad aprire i concerti degli Skunk Anansie, nel 2013 hanno partecipato al Festival di Sanremo, hanno pubblicato un EP (2007) e due LP (Pensieri illuminati, 2010, e Lo stato in cui sono stato, 2011), il primo autoprodotto e il secondo sotto l’ala di Nuvole Production, etichetta creata da Fabrizio De Andrè. Ma i loro inizi sono quelli di tantissime band di giovanissimi: nel 1997, sui banchi di scuola, quando la prima preoccupazioni fu la scelta del nome, ricaduta su Blastema per il richiamo evocativo ai Nirvana e ai Marlene Kunz. In attesa del terzo LP, in uscita per l’autunno, incontriamo Matteo Casadei, tra i fondatori e portavoce del gruppo.

Cominciamo con ordine. Mi racconti la storia del vostro gruppo? 
“La storia di questo gruppo è una storia tra le più comuni; il solito incontro occasionale tra ragazzi che si trovano a condividere il banco in una scuola che poco ha a che fare con le loro attitudini, e che d’istinto si piacciono e si rivelano da subito compatibili, complementari direi. I ragazzi in questione siamo io e Alberto Nanni e le persone che insieme a noi crearono questo progetto furono Fabio Biondi (batteria) e Luca Agostini (basso). Era il 1997.
Sfogliando un vocabolario, dopo ore dedicate al vaglio attento dei nomi migliori con cui battezzare la nostra neonata band, la scelta cadde forse sul meno adatto, sul più complesso, sul meno memorizzabile: blastema. A quei tempi avevamo una vera e propria venerazione per i Nirvana e per i Marlene Kunz, così, di primo acchito, l’oscura evocatività della parola, la sua attitudine androgina e il suono, in qualche modo impregnato di quei due nomi a noi così cari, finirono per metterci tutti d’accordo che quello fosse veramente il nome giusto. La prova del nove l’avemmo quando, superato l’impatto con la parola, ci immergemmo nella lettura del suo significato: Blastema – In embriologia, gruppo di cellule che rimangono a lungo indifferenziate e, proliferando, danno origine ad abbozzi di organi. Il b. di rigenerazione dà origine agli organi che si rigenerano. Quindi materia viva, plasmabile, ancora indecisa sul divenire e soprattutto incline alla rigenerazione: non c’erano più dubbi, il nostro nome sarebbe stato Blastema.
Il nome c’era, la voglia pure. Gli strumenti in qualche modo eravamo riusciti a raccattarli, un po’ con l’aiuto dei nostri genitori, un po’ con i pochi soldi messi da parte e guadagnati negli usuali lavoretti estivi. Ai tempi, ricordo, affittavamo la saletta sopra al punto bus, dove c’era un’accademia musicale che offriva anche spazi per provare. Passavamo lì la prima serata dei sabati e dei venerdì; poi, quando uscivamo, verso mezzanotte, andavamo dal Vinaio, in viale dell’Appennino, a comprare il mitico bottiglione di albana e ci rintanavamo a trangugiarlo sopra il tetto della palestra dell’ITC.
Le cose iniziarono a cambiare quando potemmo avere un posto tutto nostro per fare le prove. Era il garage di una casa in campagna, ristrutturata parzialmente ma disabitata, che il proprietario, un cuore generoso, ci concedeva di usare gratuitamente. Quello spazio spartano, ghiacciato d’inverno e afoso d’estate, divenne tutto il nostro mondo; stavamo lì per giorni e notti, molto spesso dormendoci e mangiandoci (solitamente cinese da asporto) e i nostri amici venivano a trovarci come fosse una specie di processione; ogni volta che qualcuno bussava al portone sapevamo che sarebbe partita un’altra sessione, un’altra improvvisazione. Così iniziammo a capire cosa significa suonare in gruppo. Imparammo a scambiarci gli strumenti e a pensare gli arrangiamenti in chiave collettiva, al servizio del brano e non del nostro ego.
In quel periodo, intorno al 2001 entrarono nel gruppo Peter Negretti alla chitarra e Filippo Pantieri al piano. Nel 2002 Daniele Gambi prese il posto di Fabio Biondi alla batteria e con lui si completò una trasformazione in opera che ci avrebbe portato a scrivere brani più complessi, quasi progressivi, caratterizzati da una componente arrangiatoria molto meticolosa.
Intanto, dopo l’uscita dal gruppo del chitarrista Peter Negretti, la formazione passa a cinque elementi. Nel 2004 Michele Gavelli sostituisce Filippo Pantieri che poté così dedicarsi completamente alla sua aspirazione di diventare concertista e insegnante di pianoforte.
In questo periodo, dopo aver inciso alcuni brani e aver partecipato ad una miriade di concorsi e concorsini locali, iniziammo a raccogliere il materiale per il primo EP che uscirà autoprodotto nel 2007. Questo disco permise di farci conoscere, oltre che dagli addetti ai lavori delle fanzine, anche dai promoter al di fuori della nostra regione. Così, nacque un’assidua frequentazione tra i Blastema e la città di Milano e soprattutto un sodalizio con la Casa139, che in quegli anni era un punto nevralgico della cultura milanese.
Eravamo pronti per far uscire il nostro primo vero disco.
La verità è che non fu facile; per motivi diversi saltarono due produzioni con due differenti etichette. Col morale sotto i piedi prendemmo la decisione di produrre da soli il disco, sotto la supervisione artistica di Alberto Nanni, che per la prima volta si trovava a lavorare senza collaboratori, su un disco in studio. Grazie ad un po’ di esperienza accumulata nel tempo, ai tanti sforzi, e al contributo degli amici (chi ci prestava una chitarra, chi un pre, chi i microfoni, etc.) riuscimmo a portare a termine e a pubblicare Pensieri illuminati. Questo ci permise di entrare dentro il circuito di Rock TV e di esibirci in un bel po’ di festival importanti, continuando ovviamente a non mancare in tutti i club in cui riuscivamo ad infilarci.
Attorno a noi, intanto, qualcosa stava cambiando. Persone provenienti dalle parti più disparate d’Italia iniziarono a scriverci e a contattarci, mostrandoci un affetto fuori dal comune che andò concretizzandosi nella nascita del nostro fan club.
Ma l’incredibile era dietro l’angolo.
Stavamo quasi per firmare con un’etichetta romana per il nostro secondo album, quando ricevemmo un messaggio su facebook in cui Luvi de Andrè, figlia di Fabrizio, colpita dal nostro primo lavoro, esprimeva interesse ad incontrarci per parlare del nostro secondo disco. Partimmo per Milano immantinente e dopo qualche giorno firmammo con Nuvole Production, etichetta creata da Fabrizio De Andrè e gestita dalla figlia Luvi e da Dori Ghezzi.
Completato il materiale iniziammo a registrarlo intorno alla fine del 2011. In quel periodo, Luca Agostini, bassista e co–fondatore del gruppo lascia i Blastema. Al suo posto entra Luca Marchi, già amico e collaboratore del gruppo. Il disco viene registrato in un casolare in campagna a Reggio Emilia. Per la seconda volta Alberto Nanni siede dietro il vetro della regia in qualità di produttore artistico. Il 12 ottobre del 2011, dopo nemmeno un anno, il disco Lo stato in cui sono stato esce negli store.
Il disco va bene e il brano Dopo il due entra in rotazione su Virgin Radio. Non basta: quell’anno fummo scelti per partecipare al Festival di Sanremo in una edizione in cui, grazie alla presenza di Pagani in qualità di direttore artistico, il festival apriva finalmente le porte ai musicisti indipendenti.
L’estate 2012 la passammo in giro a suonare. Oltre alle nostre date, ci fu proposto di aprire le 8 date del tour italiano degli Skunk Anansie. Ovviamente accettammo e, come c’era da aspettarselo, si rivelò un’esperienza strepitosa.
All’inizio del 2013 dopo quasi due anni intensissimi, la collaborazione con Nuvole si interrompe. Dopo più di dieci anni passati insieme anche Daniele Gambi dà l’addio alla band. Al suo posto entra alla batteria l’amico fraterno di Luca Marchi: Maicol Morgotti. Così siamo tornati a fare quello sappiamo fare meglio: scrivere e arrangiare, provare e riprovare, in attesa di accumulare il materiale per il terzo disco. Ogni tanto interrompiamo questa routine e ce ne andiamo un po’ in tour, giusto per non impazzire. Adesso dopo quasi due anni e mezzo siamo pronti con il nuovo disco che uscirà dopo l’estate.”
Al di là delle etichette – alternative rock, neoprogressive, indie rock – come definireste il vostro stile musicale?
“È sempre complesso, soprattutto per chi è parte attiva di un progetto, riuscire a identificare in un’espressione lapidaria la reale complessità della proprio operato. Di certo abbiamo gli strumenti che adoperiamo: chitarra elettrica, basso, batteria, sinth e piano, che affondano il proprio riferimento tecnico in quella che normalmente viene definita musica rock. D’incerto ci sono i paesaggi sonori che queste attrezzature aiutano a costruire e che, inevitabilmente, mutano col passare degli ascolti e delle esperienze. Nell’ultimo disco è anche emersa una certa curiosità elettronica; campionamenti e divagazioni sonore – ritmiche, rumoristiche – tipiche di generi altri, dall’elettronica a certe avanguardie, non ci dispiacciono affatto e, anzi, ci divertono un mondo.”
Quali sono i vostri musicisti di riferimento, quelli da cui traete ispirazione? Chi e come compone testi e musica delle canzoni?
“I musicisti da cui abbiamo tratto ispirazione sono tantissimi e molto diversi tra loro. Se parlo in prima persona non posso fare a meno di ricordare momenti di pura esaltazione assaporati di fronte a dischi come Nevermind, Grace, OK Computer, Catartica, Punk in drublic, e questi solo per citarne alcuni; ma come detto questo è solo un inizio, il mio. I Blastema per conformazione – e per fortuna – sono un gruppo variegato dal punto di vista caratteriale e dislocato da quello anagrafico. In noi convivono equamente due stagioni, una vibrante e tesa, l’altra più sicura e accondiscendente, e in questo corpo a corpo dialettico si sviluppa la nostra musica, la nostra vocazione espressiva.
Le composizioni sonore vengono abbozzate e poi elaborate e rielaborate in studio, attraverso sessioni reali o attraverso sperimentazioni fittizie, a seconda delle esigenze logistiche, di tempo, di suono etc. Nel frattempo, una volta trovata la linea vocale su cui vogliamo lavorare, inizia la parte di ricerca del testo e sul testo. La potenza di un messaggio passa indissolubilmente attraverso l’uniformità delle parti che lo compongono. Testo e musica devono nascere insieme, influenzarsi reciprocamente, reimpostarsi, indirizzandosi verso un orizzonte comune ignoto al principio della creazione. Quando l’oggetto è finito ed è pronto, se non è come lo immaginavi allora, forse, potrebbe essere di un qualche valore.”
Che cosa pensate dei talent show musicali? Sono utili o inutili?
“Oramai abbiamo smesso di occuparci di cosa è utile e cosa è inutile, di chi ha successo e come lo ottiene, di cosa ha valore e di cosa non lo ha. Ci sentiamo fortunati, per avere ancora l’opportunità di fare dischi così come vogliamo, nel bene e nel male, senza doverci preoccupare di questa fluttuante logica di mercato. Crediamo che il valore del gesto, dell’esposizione, in qualsiasi forma esso lo si concepisca, sia fondamentale, in primis per chi lo compie, e in seconda battuta per chi ha la capacità ricettiva di accoglierlo, trasformarlo, ricrearlo e condividerlo. In parole povere credo che tutte le persone di buon senso possano convenire sul fatto che Mc Donald è un immondezzaio alimentare, che non ha niente a che fare con l’idea di nutrimento e che è una piaga manifesta anche per l’ecosostenibilità del pianeta, eppure milioni di persone ogni giorno scelgono di consumare il loro pasto in uno dei suoi punti vendita pur sapendo che quella scelta va a discapito dell’esistenza loro e degli altri. Noi non giudichiamo quelle persone, permetteteci però di non condividere.”
Ha ancora senso, in una prospettiva di mercato, pubblicare LP che poi vengono velocemente piratati o, comunque, sono reperibili gratis?
“Fare musica ha senso fino a che continua ad avercelo per chi la musica la fa. Al di fuori di questa tautologia ci sono solo ambizioni pericolose, che rientrano nel campo di un sistema mortifero che non ha nulla a che fare con la sfera della creazione: lo show business. Semplicemente ci troviamo di fronte ad un periodo in cui molte cose stanno cambiando, in cui la frammentarietà dei rapporti umani ha dato seguito a una vastità produttiva mai raggiunta prima. Teoricamente ogni persona dotata di un computer e di un programma adatto, può creare musica e divulgarla tramite la rete, contribuendo ad un flusso di informazione talmente veloce e imponente da non lasciare traccia, insomma da autofagocitarsi annullandosi. Nel frattempo i CD stanno facendo la stessa fine delle musicassette, si stanno estinguendo in quanto non più adatti al nuovo sistema evolutivo. Cosa succederà? Non lo sa nessuno. La cosa certa è che fino a che ci sarà qualcuno che avrà voglia di perdere le giornate sulla tastiera di uno strumento, invece che davanti al televisore o ad una consolle, le braci della musica rimarranno accese in attesa di divampare nuovamente.”
A proposito: riuscite a vivere di sola musica?
“Di sola musica? Proprio no! Ci accontentiamo di vivere in musica.”
Quali progetti avete per il futuro?
“Nel futuro prossimo c’è l’uscita del nostro terzo disco, oramai in gestazione da due anni. È un disco su cui abbiamo lavorato molto e di cui non vediamo l’ora di liberarci!”

(Testo Gianluca Gatta)
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