venerdì 20 settembre 2019

Personaggi

IL CESTISTA CHE LEGGE PROUST

6 luglio 2015
IL CESTISTA CHE LEGGE PROUST

Se dico 3.889 cosa le viene in mente?
“I miei anni non sono. Direi i punti che ho segnato e le pagine della Recherce.”
Ecco Gianfranco Bertini: ironia, palla a spicchi e scrittura. La sua vita.
“Proust e basket sono due elementi fondanti della mia esistenza.”
Ci vuole più fisico per giocare a pallacanestro o per fare il giornalista?
“Per fare il giornalista. Per giocare a basket ci vuole testa. È necessario concepire le azioni possibili e poi avere gli strumenti per realizzarle. Il basket è fatto di infinite geometrie che contemplano anche il ruolo del giocatore senza palla. Una partita a scacchi ad altissima velocità.”
Dicono di lei che sia stato un play con una visione del gioco straordinaria. Però, quando parla di basket, accanto alla parola “geometrie” lei aggiunge sempre “sofferenza” e “gioia”.
“C’è una cifra di nobiltà nell’attività agonistica. Lo avevano già compreso i greci che pensarono le Olimpiadi. La nobiltà sta nell’esercizio gratuito della gioia e della sofferenza che accompagnano lo sport. Vincere provoca una gioia esplosiva, perdere una sofferenza profonda e tutto avviene per un gioco, solo per un gioco.”
Si rilassa sulla poltroncina del bar dove ha accettato di parlarmi. Lo conoscono tutti e si rivolgono a lui con un generale sentimento di stima e di affetto. Perdiamo spesso il filo del discorso ma il Ragno tesse complesse ragnatele i cui filamenti convergono tutti al centro. E dal centro si riparte.
Lei è nella Hall of Fame del basket italiano, è un giornalista storico e ha persino una voce su Wikipedia. Si sente fortunato o equamente risarcito?
“Fortunato. Nella mia vita ho sempre potuto fare quello che volevo. Quando guadagnai i primi soldi giocando a basket non potevo crederci: essere pagato per giocare, per fare quello che più mi piaceva. Fortunato perché il talento segue la fortuna ma non sempre la fortuna segue il talento.”
Dice spesso che non era un atleta ma un ragazzo che giocava a basket. Se non è un giornalista lei cosa è?
“Sono uno che scrive. Tutti i grandi giornalisti sono scrittori. Lo specchio in entrambi i casi è il lettore e la sfida trovare le parole per raccontare, coinvolgere, spiegare. Oggi più che mai, visto l’eccesso di informazione, il bombardamento di notizie che subiamo, offrire una lettura diversa, avere uno sguardo più ampio nel raccontare i fatti, diventa il vero lavoro giornalistico. E credo che nelle mille anime del giornalismo c’è ne sia anche una nobile. Una sottile vena pedagogica.”
Basket, Provincia, Resto del Carlino. Tre parole per spiegare cosa rappresentano per lei.
“Giovinezza, maturità, sintesi. I trent’anni di vita che ho dedicato alla pallacanestro racchiudono il tempo del vigore, della scoperta e dello stupore. La Provincia è una diretta conseguenza del basket e il Carlino la sintesi superiore di passione e lavoro. Ho cominciato a scrivere negli anni Sessanta come titolare di una rubrica di pallacanestro e da allora ho sempre pensato che quello del giornalista è un grandissimo mestiere.”
Agide Fava e Paolo Nonni.
“Ottimo accostamento. Per me due maestri occulti, i migliori, quelli che non sanno di essere maestri. Il tratto comune tra Agide e Paolo è l’avere entrambi una loro precisa concezione della vita ma anche un profondo rispetto per le convinzioni altrui. La domenica mattina, prima della partita, Fava portava i ragazzi della squadra alla messa. Un giorno io e Marcello Stefanini gli abbiamo detto che non saremmo andati in chiesa. Non fece una piega. Rispettava le nostre idee. Lui e Paolo sono anche un esempio di autenticità e grande umanità.”
Marcello Stefanini, Giorgio Tombari e Gianfranco Bertini: eravate in classe insieme al liceo e lei era il più bravo di tutti. Una straordinaria congiunzione astrale.
“Effettivamente un’unica classe che esprime due sindaci…”
Non faccia il modesto
“Beh la soddisfazione più grande è stata spiegare loro la consecutio temporum. La prof. non ci era riuscita e mi ringraziò pubblicamente.”
Un amico-amico e non maestro?
“Rischio di commettere ingiustizie. Direi che ho almeno una decina di amici con cui mi sento in affettuosa sintonia. Persone che non vedo magari per lungo tempo ma che quanto ti incontri sembra di essersi visti il giorno prima. Un filo che non si spezza. Ma se devo fare un nome dico Toto Bulgaroni.”
La politica?
“In senso lato è parte della vita. Tutto è politico. Però non credo nei partiti, credo nelle singole persone che si mettono insieme per raggiungere obiettivi. I partiti sono come Alka Seltzer, versi la bustina nell’acqua e ci sono bollicine per tutti. Un partito è un controsenso, contano le singole persone.”
Il potere?
“Una brutta bestia. Gestire il potere è una contraddizione in termini.
I libri.
“Tanti, divorati, meditati. Ma il tempo sedimenta i ricordi, decanta i pensieri e oggi dico la Recherche di Proust, i Saggi di Montaigne e i Promessi sposi. La verità della vita sta nella lettura. Le parole creano il mondo e nulla connota la realtà come la parola.”
Da grande si vede vincitore di Master Chef o dell’Isola dei Famosi?
“Due cose che non mi passano nemmeno lontanamente per il cervello. Tra l’altro questa recente passione universale per la cucina e il buon cibo mi insospettisce. Dove si coltivano questi prodotti genuini se in Italia l’agricoltura è morta?”
La bicicletta.
“Il mio mezzo di trasporto. In bici vado ovunque e in qualsiasi stagione. Ho anche venduto la macchina. Pedalare è il modo perfetto di muoversi.”
Via del Vallato.
“Ah, la mia infanzia, la mia famiglia: mio padre falegname, mamma casalinga e tre figli maschi. Tempi duri che mia madre, come tante donne di allora, governava con coraggio e pragmatica. Per tutta la vita mia ha ripetuto che quello con il macellaio è stato il contratto migliore che io abbia mai firmato. Si riferiva al mio primo “stipendio” da giocatore di basket. Un conto aperto con la macelleria di piazza Antaldi.”
Lei è stato intervistato tante volte. Qual è la domanda che non le hanno mai fatto?
“Non mi considero persona meritevole di essere intervistata, non saprei dunque quale sia la domanda che manca. Spero che il racconto comunque rispetti la mia vita che vuole essere una testimonianza laica di profondo rispetto per tutti. Credo nella coerenza eletta a norma universale.”
Nella vita conviene essere buoni?
“Assolutamente sì. Non solo perché il buono ritorna, soprattutto perché spezza catene produce coerenza, fa della nostra vita una testimonianza. Poi sentirsi bene è il senso della vita. Stiamo con noi stessi 24 ore al giorno…”

(Testo Silvia Sinibaldi)

(Foto Leo Mattioli)

 

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