domenica 15 dicembre 2019

Territorio

Lozzole: un borgo sul tetto degli appennini

22 maggio 2015
Lozzole: un borgo sul tetto degli appennini

Lozzole è situato a 796 m di altitudine sul vertice del monte fra la Valle del Senio e quella del Lamone e da alcuni anni è stato oggetto di un lento recupero, iniziato con il restauro da parte di don Antonio Samorì e altri volontari, anche con l’aiuto dei discendenti della famiglie che abitavano il borgo, della chiesa di San Bartolomeo apostolo, già chiesa parrocchiale risalente al 1782-4 e costruita probabilmente su una precedente struttura del XIII secolo. Uno studio di Aldo Begliomini ci ricorda che accanto all’attuale chiesa sorgeva uno dei castelli della famiglia Ubaldini, nominato spesso nelle cronache locali nel periodo che va dal 1349 al 1353. Nel 1373 la signoria di Firenze acquistò dagli Ubaldini il castello – comprensivo di servi, vassalli e cose – istituendovi un nuovo vicariato. Per quanto riguarda la chiesa, sembra che all’epoca di costruzione del castello esistesse un oratorio affidato ai monaci vallombrosani dell’abbazia di Santa Maria a Crespino.

Oggi borgo disabitato, un tempo ospitava le famiglie di boscaioli e mezzadri, che spesso dovevano trascorrere giorni nei boschi e dormire nelle capanne. Nel secondo dopoguerra si contavano ventidue famiglie, per circa trecento abitanti, che facevano riferimento alla parrocchia locale, la quale abbracciava Fantino, Piedimonte, Palazzuolo e il crinale appenninico. Il racconto di Smeriglio Fabbri, un testimone dell’epoca, raccolto da Franco Conti del CAI di Faenza negli anni 1990, ci riporta a un’epoca in cui i boschi erano coltivati e i campi ben tenuti, dove ci si poteva addentrare in una grotta delle fate, dove i giovani amavano incontrarsi per ballare e conoscersi e dove nella prima domenica di maggio si festeggiava davanti alla chiesa la Festa dei fiori. Ma anche dove in inverno si poteva rimanere chiusi in casa per un mese in attesa che il tempo si facesse più mite e per sfamare la famiglia ci si doveva accontentare di un po’ di farina di marroni, una soma di grano per fare il pane, polenta, formaggio, latte e dell’immancabile maiale. Non mancano i racconti che, quasi leggende, rendono perfettamente il clima di precarietà di quella vita: si narra che il 2 gennaio del 1868 il garzone di una famiglia venisse mandato a fare provvista d’acqua; non vendendolo tornare, il capofamiglia uscì alla sua ricerca; poi fu la volta della madre, alla ricerca del marito e del garzone; in casa rimasero tre bambini di cinque, tre e due anni che vennero ritrovati alcuni giorni dopo assiderati. I genitori e il garzone vennero rivenuti sepolti dalla neve a fine gennaio.

Lozzole era dunque un luogo isolato, che si poteva tra l’altro raggiungere solo a piedi o a dorso di mulo, difficile ma comunque vivo. Un luogo che ha provato da vicino gli orrori della seconda guerra mondiale (a Palazzuolo erano di stanza i tedeschi e a Casaglia gli inglesi, con Lozzole proprio in mezzo, tra i bombardamenti e le rappresaglie), ha vissuto le passioni politiche del dopoguerra e, infine, quelle carenze che, dagli anni ’50 in poi, non hanno consentito più una vita dignitosa ai suoi abitanti, spingendoli verso valle a trovare lavoro, comodità e benessere in città. Si pensi che nel 1956 erano rimaste a Lozzole solo due famiglie.

Oggi Lozzole è un borgo che sta cominciando a vivere una seconda vita, sia come luogo spirituale – si organizzano ritiri e messe, anche la notte di Natale – sia come punto di passaggio suggestivo per chi si dedica al trekking. Tanto che, accanto alla chiesa, sono stati resi disponibili anche i locali della vecchia Casa del Popolo, ricordo di un passato in cui il borgo era luogo di fermento politico e lo scontro vivace tra comunisti e cattolici si consumava nel raggio di qualche decina di metri.

All’interno della chiesa è possibile oggi ammirare, sulla parete dietro all’altare, appoggiato su una croce in cemento, il grande Cristo in legno di castagno (circa 4 metri di altezza per 2,50 di larghezza) inaugurato insieme alla chiesa restaurata e aperta al pubblico il 12 agosto del 2012. Si tratta del Cristo che sorride, che accompagna l’altra scultura in legno, la Madonna della carezza, con un Gesù bambino rappresentato all’età di sei anni che accarezza il volto della madre mentre con l’altra mano regge un cesto di castagne, entrambe opere dello scultore faentino Giorgio Palli.

 

(Testo Giorgio Pereci)

(Foto Giorgio Sabatini)