lunedì 09 dicembre 2019

Personaggi

Antonio Dikele Distefano: volevo essere scrittore

18 maggio 2015
Antonio Dikele Distefano: volevo essere scrittore

Ci saremmo dovuti incontrare al Caffè Letterario di Corso Diaz, il posto apparentemente più adatto per parlare di libri. E invece il ritardo di un treno ci ha portati prima a trovarci prima a Piazza Resistenza – lo vedo arrivare in bicicletta, un scambio di saluti, chiude con la catena la bici alla rastrelliera – e poi in Via Vicoli, in un semivuoto bar gestito da cinesi. E così scopro che non c’è un posto adatto per parlare di libri. Anzi, proprio in questo locale buio, con tipiche sedie “da bar” in metallo nero, davanti a un caffè che si chiama solo “caffè”, senza altri nomi che servono a farlo costare qualche centesimo in più, mi racconta la sua straordinaria storia e capisco che è il posto più giusto. Per la verità lui non prende il caffè ma solo una mezza d’acqua naturale e durante l’intervista mastica orsetti di gomma che raccoglie nella tasca destra del giubbotto: “Scusami, non bevo, non mi drogo ma mangio gli orsetti di gomma” mi dice sorridendo.

Scopriamo subito le carte: che cos’ha di straordinario questo ragazzo di 22 anni che ho davanti? Innanzi tutto per intervistarlo ho dovuto scambiare email per qualche giorno con l’ufficio stampa della Mondadori. Bum. È autore di un libro che, appena pubblicato, è andato esaurito in pochi giorni arrivando poi a vendere una media di 2.700 copie alla settimana. Bum. È già stato contattato da alcune case di produzione per la trasposizione cinematografica del libro. Bum. Basterebbe già solo questo per attirare l’invidia di tanti scrittori che si ostinano a cercare il sacro Graal della letteratura – la popolarità – tra presentazioni in librerie indipendenti e recensioni su bollettini associativi. Ma la storia di Antonio Dikele Distefano non è molto differente dalla loro: ha pubblicato da solo l’e-book su Amazon, ha creato una propria comunità su Facebook, ha cantato canzoni che ha pubblicato su youtube come booktrailer, si è autoprodotto la prima edizione cartacea del libro e ha fatto un tour con le copie da vendere nello zaino. Fino a che Mondadori non l’ha contattato. Bum.
Prima del libro c’era il progetto Primavera araba, di cosa si tratta?
“Il progetto è nato a dicembre 2013. Il titolo è legato ai movimenti arabi di allora ma nasce senza un collegamento diretto, politico, con quegli eventi. Piuttosto ci rifacevamo alla sensazione di speranza e di libertà che respiravamo allora. Con un mio amico tunisino abbiamo cominciato a postare delle riflessioni su Facebook e così ci hanno invitato a parlare nelle scuole di felicità, amore e anche di discriminazione. Ma con un taglio diverso dal solito. Ci siamo accorti che la soluzione migliore per superare il problema della discriminazione è comunicare: se tu oggi nel corridoio della scuola mi guardi male, domani io devo avere il coraggio di parlarti e di presentarmi dicendo “Ciao sono Antonio e nella vita scrivo”. Quando mi vedrai la prossima volta allora non penserai più “quello è un negro di merda” ma “quello è Antonio lo scrittore”.
L’idea del libro nasce da quel progetto?
“No, anche se molto di quello che c’è nel libro c’è grazie a quel progetto. I riscontri positivi avuti nelle scuole mi hanno permesso di guardare le cose da un altro punto di vista. Prima ero molto distruttivo e arrabbiato invece, grazie a Primavera araba, ho cominciato a cercare un’altra strada per risolvere, e parlare, dei problemi di discriminazione. Io ho sempre amato scrivere, e ho usato Facebook come un muro su cui fissare i miei pensieri e fare partire la discussione. Il libro ho cominciato a scriverlo per una storia d’amore finita male. Ero fidanzato con una ragazza i cui genitori non mi accettavano. Questa situazione mi ha dato la forza di scrivere, per raccontare di me e mostrare chi sono veramente”.
Come sei passato dalla scrittura alla pubblicazione?
“Io mi sono detto: se ce la faccio da solo a pubblicare e vendere il libro è una vera storia di riscatto. Sul web leggevo che, dal punto di vista della promozione, potevo fare da solo quello che può fare una piccola casa editrice. Allora mi sono messo a studiare un po’ di web-marketing e ho iniziato a pubblicizzare il libro, prima ancora di finirlo. Ho iniziato a scriverlo a novembre 2013 e l’ho finito ad aprile 2014. Io volevo arrivare a tutti e ho pensato che il miglior modo per farlo leggere fosse renderlo disponibile gratuitamente e scaricabile su un cellulare. Così a giugno l’ho pubblicato su Amazon in versione e-book. E ha funzionato, perché in tre mesi sono stati fatti ventimila download. A fine agosto Mondadori mi contatta con una e-mail, ma io non la leggo perché si perde tra le altre. Agli inizi di settembre partecipo al Festivaletteratura di Mantova e, alla fine della presentazione, si avvicina Antonio Riccardi, il direttore letterario di Mondadori, che mi dà il suo biglietto da visita e mi dice: ‘Sono della Mondadori e vorremmo pubblicarti’. Prima di Mondadori non mi aveva calcolato nessuno, subito dopo si sono proposte invece Rizzoli, Garzanti e altre case editrici. Io ho scelto Mondadori perché è la più grossa e per la capacità di distribuzione. Ma soprattutto perché idealmente corona la storia di un ragazzo che parte da solo e arriva alla più grande casa editrice italiana. E da lì alla Spagna e alla Grecia, dove i diritti sono già stati acquistati”.
Che libri leggi?
“Io amo gli scrittori non tradizionali, quelli che non hanno paura di rischiare. In un mondo come quello di oggi, in cui c’è tantissima varietà, rischiare è bello. Io sto leggendo Fabio Genovesi, mi piace molto Mauro Corona, Vasco Brondi. Ma quando mi chiedono quali sono gli autori che mi hanno formato, io rispondo sempre “i cantautori”, perché comunque è più il tempo che ho passato ad ascoltare musica che a leggere libri. Parlo di Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Lucio Battisti, Jovanotti, Tiziano Ferro. Sono loro i miei autori di riferimento”.
Come vedi il tuo futuro?
“Nel mio futuro vedo innanzi tutto la sceneggiatura del film, l’audiolibro, un altro libro a ridosso dell’uscita del film. E poi, negli anni, mi piacerebbe tantissimo riuscire a trovare una stabilità economica proprio grazie alla scrittura, per fare in modo che mio padre smetta di lavorare. E anche perché fra sei anni vorrei avere un figlio, da grande voglio fare il papà e voglio essere molto presente e non vedere mio figlio solo alla domenica. Per questo giro molto per la promozione del mio libro”.
Tu hai un approccio molto commerciale a quello che fai.
“È vero. Sembra che se una cosa vende significa che è brutta, ma non è vero. Ci sono libri brutti che hanno venduto milioni di copie e altri che ne hanno venduti altrettanto e sono veramente belli. Io sono convinto che quando una cosa vende significa che ‘prende’. Io cerco di fare cose che ‘prendono’, anche se questo è legato alle circostanze del momento. Un libro è una cosa che rimane per sempre, anche se io sparirò nei prossimi anni. Sai, le cose come arrivano se ne vanno, e questa piccola notorietà può finire anche domani”.
I tuoi amici che cosa dicono?
“Dicono ‘Sei un grande!'”.

 

(Testo Gianluca Gatta)

(Foto Filippo Cinotti)