martedì 22 gennaio 2019

Cultura

Fabio Fracas: l’ultimo degli umanisti

25 marzo 2015
Fabio Fracas: l'ultimo degli umanisti

Curioso, eclettico, determinato: in tre parole alcune delle sue caratteristiche. Il suo nome è Fabio Fracas, un nome davvero poco riminese con un curriculum vitae di spicco. Nasce a Sestino nel 1967 e nella vita si occupa di varie cose: è scrittore, giornalista, compositore e critico cinematografico italiano, oltre che docente.
Capita che mi ritrovo un piccolo Fracas nella redazione de Il Montescudino, il giornale dei ragazzi e delle ragazze di Montescudo, di cui sono il direttore. Un ragazzino vivace, dal lessico e dai contenuti curati. Cognome insolito, molto poco riminese, molto poco romagnolo. E il piccolo Fracas non vede l’ora di parlare del suo amato papà: “Sai, mio babbo scrive libri”.
In poco tempo ci ritroviamo nella redazione di Montescudo, Fracas padre, Fracas figlio, due piccoli redattori ed io. Tutti attorno al tavolo, inizia l’intervista.
“Ma tu che lavoro fai?” chiede una di loro. “Mi occupo di cultura” risponde sorridente Fracas. Le domande dei bambini sono spesso le più semplici, ma anche quelle a cui è più difficile rispondere.
“Sai quanto hai di QI (Quoziente Intellettivo)?”, a questo punto Fracas scoppia a ridere.
Io comincerei dalle origini. Il suo è un lungo cammino intellettuale, ricco di sperimentazioni e di contaminazioni tra materie umanistiche e materie prettamente scientifiche, molte quasi agli antipodi.
Di cosa si occupa quando parla di “cultura”?
“Mi piace molto studiare e capire le cose, mi è sempre piaciuto. Quando è stato il momento di scegliere che corso frequentare all’Università ho scelto Fisica, prima di tutto per scoprire la natura. Poi mi sono dedicato alle sue applicazioni in vari campi, come la medicina e la musica. Dal 2014 sono Graduate Research Assistant presso la Florida Atlantic University, inoltre insegno all’Università di Padova.”
Riguardo alla musica, si è dedicato molto a quella elettronica: nel 1985 ha collaborato alla realizzazione del primo sintetizzatore italiano, il Bit One, con il suo collega Eugenio Giordani, ma il suo cammino musicale inizia a Rimini.
“Sì, sono nato a Sestino, in Toscana, ma quando ero molto piccolo i miei genitori si trasferirono a Rimini, quindi si può dire che sono riminese. Inizio a studiare musica con il celebre Maestro Comandini, poi ho continuato, diplomandomi al Conservatorio di Pesaro. Mia madre aveva un hotel al mare, la mia giovinezza è trascorsa tra San Giuliano e Marina Centro, fino a quando mi sono iscritto all’Università di Padova e mi sono trasferito. Ma i miei genitori hanno continuato a vivere a Rimini, per poi scegliere di spostarsi nell’entroterra, qui dove siamo, a Montescudo. Nel 2012 ho scelto anche io di portare qui la mia famiglia, mia moglie e i miei figli. Ovviamente sono spesso altrove per lavoro, ma casa mia è qui.”
Quanto ha influito la sua giovinezza riminese sulla sua carriera?
“Sicuramente il fatto di lavorare fin da giovanissimo, l’esperienza delle stagioni al mare, nell’albergo di mia madre, mi ha fortificato molto. Ho imparato a fare scelte, a capire cosa volevo e cosa vuol dire lavorare, una grande palestra di vita.”
Recentemente ha presentato a Montescudo uno dei suoi libri per bambini e ragazzi, scritto con la poetessa padovana Federica Castellini con la quale ha fondato una scuola di scrittura, la MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture. Tra le altre attività si dedica costantemente alla scrittura, in vari campi, nella stesura di giochi per ragazzi, poesia, romanzi.
Che cosa fa nel tempo libero, se ne ha?
“Mi dedico a crescere i miei figli! A parte tutto, tutto quello che faccio lo faccio con grande passione e non come un dovere o un obbligo, quindi non mi pesa affatto.”
Immagino che con il suo profilo e la sua esperienza abbia trovato un terreno molto fertile negli Stati Uniti.
“Sì, mi trovo benissimo a lavorare negli USA, c’è un’altra concezione del lavoro intellettuale. In Italia si sottovaluta troppo la cultura. Il lavoro intellettuale viene concepito come a perdere. Ricevere inviti a conferenze e simposi come relatore senza un minimo compenso è la norma. In America esiste certo il volontariato, ma è una cosa distinta dal lavoro, non esiste che si venga chiamati a portare un contributo a un progetto senza venire pagati. Dovremmo imparare anche da come tutelano i beni artistici, spesso mi son trovato a mostre straincensate dove altro non c’erano che quattro tele in spazi immensi. Ripenso così alle migliaia di reperti e opere che giacciono ammassati in musei vuoti in Italia. Saper comunicare e promuovere la cultura è molto importante.”
Perché ha scelto Montescudo?
“Montescudo mi ha sempre affascinato, penso che abbia tante potenzialità, che si possa far crescere come territorio. Purtroppo io spesso non sono fisicamente presente qui, ma sono disponibile a fare qualcosa per questo luogo, a proporre idee, a dedicarmi a un gruppo di lavoro che valuti progetti per valorizzarlo, a organizzare eventi che portino visibilità.”

 

(Testo Melania Rinaldini)

(Foto Riccardo Gallini)