venerdì 18 ottobre 2019

Personaggi

Paola Marfoglia: un diamante per sempre

1 dicembre 2014
Paola Marfoglia: un diamante per sempre

Non commettete l’errore di chiederle il suo curriculum: finireste sommersi di date, sigle e classifiche inseguendo le cifre del suo successo in giro per il mondo, Cina e Nuova Zelanda comprese. Fidatevi della sua estrema timidezza assemblata con una tenacia sfacciata: Paola Marfoglia, classe 1961, novantaquattro presenze nella nazionale di softball come atleta, trent’anni vissuti sui diamanti di mezzo globo, il braccio potente e millimetrico del lanciatore, alla bisogna in grado di coprire tutte le basi, buon battitore di quelli che non scalano gli scorer ma mettono la palla giusta quando c’è bisogno.
Pesarese del porto, nata sportivamente al Campo di Marte, all’inizio degli anni Settanta, quando Pesaro era un’altra città. “Per me è stato amore a prima vista – racconta – un incontro nato per caso seguendo i miei fratelli maggiori che giocavano a baseball e mio padre che era un allenatore. I primi approcci in quella che allora si chiamava piazza d’armi, a prendere confidenza con i guantoni, la palla cucita e le mazze. Gira ancora qualche foto d’allora in casa Marfoglia. Avevo nove anni e rimasi folgorata da quelle divise a righe che ricordavano l’America. Poi la società Pesaro Baseball Club, guidata da Gastone Mazzanti ha allestito una squadra di softball, con ragazze che frequentavano già le scuole superiori mentre io ero ancora alle elementari.”
Quasi si commuove nel ricordare quei tempi da piccola pioniera mentre le sue valigie sono ancora da svuotare e la gatta Miki impazzisce di gioia affascinata dagli odori del viaggio. Paola è appena tornata da Haarlem, storica tappa della sua più che decennale carriera di allenatore.
“Abbiamo giocato il Mondiale in Olanda… ad Haarlem. La prima volta in Europa. Sedici squadre a darsi battaglia sui campi nel magnifico impianto dell’Olympia Haarlem. Una cornice stupenda, l’unica nota stonata il maltempo: pioggia e freddo per tutto il campionato tant’è che gli organizzatori hanno dovuto cancellare le partite per le qualificazioni dal nono al sedicesimo e lasciare spazio alle qualificazioni delle prime otto. Ci siamo piazzate al nono posto, con quattro sconfitte contro Stati Uniti, Australia, Olanda e China Taipei e tre vittorie contro Repubblica Domenicana, Gran Bretagna e Botswana. Abbiamo mancato l’obbiettivo prefissato, passare il turno agli ottavi. Qualche errore di troppo in difesa… e poca incisività in attacco.”
Nella tua vita hai vinto molto…
“Non quanto avrei voluto, ma ho ancora tempo per togliermi nuove soddisfazioni. Da atleta sono stata campione d’Italia nel 1988 e nel 1989. Ho vinto la Coppa delle Coppe europea nel 1992, la Coppa Italia nel 1999 e nel 2002 ho conquistato la serie A1, come atleta e manager della Rimini Softball. Con la Nazionale sono stata campione d’Europa nel 1985, nel 1986 e nel 1995. Come allenatore nel 2005, 2007 e poi come manager della nazionale under 22 nel 2008. Ho partecipato a quattro tornei mondiali”.
Quando hai capito che la tua passione poteva diventare una professione? So bene che non vivi di softball però il tuo impegno sul diamante è del tutto professionale.
Nel 1980 quando non fu più possibile allestire la squadra di softball, non volevo smettere di giocare e già dal 1978 avevo partecipato a raduni di selezione per la squadra Nazionale. Volevo fortemente arrivare a vestire la maglia azzurra e avrei avuto maggiori chance se avessi giocato nel massimo campionato. Fui contattata dalla società Crocetta Parma, che vantava già un lunga tradizione nella massima serie. Fu così che le due società si accordarono per la cessione del mio cartellino. Mi diedero un appartamento da condividere con le ragazze straniere che sarebbero poi arrivate e cinquecentomila lire mensili. Vivevo a Parma tutta la settimana e rientravo a Pesaro nel week end e durante la stagione agonistica partivo per Pesaro dopo la partita e il martedì mattina rientravo a Parma per gli allenamenti. È stato un periodo movimentato e vivace. Ho vissuto dieci anni a Parma, ho bellissimi ricordi e anche qualcuno infelice: fu proprio a Parma nella stagione 1989, durante la prima partita di campionato che un incidente sportivo mi causò la lesione del crociato anteriore e del menisco alla gamba sinistra. Ricovero ospedaliero, intervento chirurgico, riabilitazione. Mi crollò il mondo addosso. Lontana dai campi per un anno interno e il recupero non fu dei migliori. Ma sono riuscita a superare quel brutto periodo e a riprendere il guantone in mano. Devo ringraziare la mia famiglia, i miei genitori che non hanno mai ostacolato le mie scelte, permettendomi di coltivare la mia grande passione sportiva. Mi hanno sempre sostenuta e sono ancora i miei primi tifosi.”
È stato facile conciliare sport e scuola?
Direi che in Italia la scuola non ha mai facilitato chi pratica sport, allora come oggi. Ho vissuto questa difficoltà sulla mia pelle e vedo ripetersi il copione con le ragazze che alleno. Posso sinceramente dire che è stato più semplice conciliare lo sport con il lavoro.  Il ruolo formativo dell’attività sportiva, dell’impegno agonistico resta una realtà al di fuori dei percorsi scolastici. Si preferisce pensare che lo sport rubi tempo allo studio”.
Consiglieresti a una ragazza di tenere duro e puntare sul softball?
Sì, perché è un gran bello sport. Richiede capacità di inserimento in squadra ma al contempo spiccate capacità individuali, dove tecnica e testa sono aspetti fondamentali. In più è diverso da tutti gli altri: chi attacca non possiede la palla.”
Se non è softball?
“È relax. Adoro il mare, mi piacciono gli orologi, le serate a tavola con gli amici, un buon bicchiere di vino e ovviamente chiacchiere sul softball!”
Pesaro si è mai ricordata di te come atleta?
Non chiedermi le date ma sono stata più volte premiata nelle sale comunali. Ho ricevuto anche la medaglia d’oro e d’argento al valore atletico del Coni provinciale.”
Hai un sogno nel cassetto?
Il mio sogno più grande è partecipare alle Olimpiadi. A dicembre il C.I.O. deciderà in merito al rientro di baseball e softball nel programma Olimpico. Quindi incrociamo le dita.”
Ci sei andata vicino in altre occasioni…
“Sì, esatto. Nel 1995 come atleta ad Haarlem: l’Olanda vinse il torneo di qualificazione Europa-Africa. Noi si arrivò seconde e ad Atlanta ci andarono le olandesi. Stessa storia nel 2007, questa volta da coach. Qualificazioni in casa a Ronchi dei Legionari: vinse ancora l’Olanda e ci sfuggi Pechino. Ancora seconde, ma nello sport il secondo posto non basta!”
E adesso stai in cabina di regia…
“In realtà è dal 1998 che faccio parte del corpo docenti del Comitato nazionale tecnici con l’incarico di formatore e per questo partecipo a Clinic e Coach Convention in Italia e all’estero.”
Che differenza c’è tra scendere in campo e stare nel dugout?
Una grande differenza e le sensazioni sono molto diverse. Allenare significa portare le tue giocatrici a dare il 110% su ogni palla fino all’ultimo out. Significa dare alle giocatrici sicurezza, prendersi la responsabilità di ognuna di loro, sostenerle nella gestione del fallimento, costruire un gruppo, creare la squadra. Giocare è molto più semplice: prendi la palla, tiri la palla, batti la palla e corri. Tutto qui.”

(testo Silvia Sininbani)

(foto Luca Toni)