venerdì 18 ottobre 2019

Personaggi

Alessandro Pondi: il ladro di storie

24 novembre 2014
Alessandro Pondi: il ladro di storie

Ore 9, si presenta puntualissimo all’appuntamento, dopo aver attraversato mezza Roma. Il che significa essersi alzati all’alba. Non te lo aspetti da una persona che vive nella capitale da vent’anni. Metti in conto un ritardo dovuto al traffico, alla ricerca spasmodica di un parcheggio che non si trova mai, all’indolenza che potrebbe averti contagiato. E quando lo fai notare, ringraziandolo per essersi scomodato lui a venire da te, dice: “Ma io sono romagnolo!”. Apprezzato il biglietto da visita, resto piacevolmente coinvolta nel vortice della sua vita per circa un’ora.

È riduttivo definire Alessandro Pondi, sceneggiatore affermato, come un vulcano di energia: coinvolgente nel raccontarti la sua carriera, appassionante nell’elencarti gli innumerevoli lavori che sta preparando, avvincente quando spiega come trova le idee per le storie che sta scrivendo. La sua biografia, pur essendo giovane, è già ricca di sceneggiature importanti. Solo per citarne alcune: Questa casa non è un albergo, Compagni di scuola, Grandi domani, Don Matteo, Il bambino della domenica, L’uomo che cavalcava nel buio, Il signore della truffa, K2 – La montagna degli italiani, Trilussa – Storia d’amore e di poesia.

Tutto questo incuriosisce su come uno studente 19enne di Ravenna, diploma di geometra in tasca e con la prospettiva di un lavoro nell’impresa di costruzioni del padre, abbia potuto sentire il desiderio di scrivere. “A vent’anni – racconta – mi pubblicarono un romanzo dal titolo ‘Gli angeli non mangiano hamburger’. Ero e sono ancora un divoratore di film e soprattutto un grande osservatore della realtà che mi circonda e che mi stimola a raccontarla. Feci un patto con mio padre dopo la maturità: un anno in Algeria per seguire lavori di costruzione. Fu un’esperienza formativa, ma terminato l’anno tornai da mio padre sempre determinato a seguire la mia strada e lui mi lasciò libero di realizzare il mio sogno”.

Pondi si trasferì a Roma e frequentò il corso di Sceneggiatura al Centro sperimentale di Cinematografia. “Da buon romagnolo mi sono dato da fare cercando di non pesare economicamente sui miei genitori. Scrivevo commedie, cercavo i teatri, facevo i casting degli attori e mi procuravo gli sponsor. Ne avrò messe in scena cinque o sei”.

La svolta è arrivata un po’ per caso e un po’ per fortuna o solo perché le cose prima o poi, con tanta determinazione dentro, devono accadere. Alla messa in scena di “Questa casa non è un albergo” assistette per caso Maurizio Costanzo, che restò colpito e lo invitò al Maurizio Costanzo Show per dargli l’opportunità di lanciarlo. Quella sera sul palco c’era Vittorio Gassman che, praticamente, diede la sua “benedizione” allo spettacolo. Un segno del destino. Il giorno dopo fece il tutto esaurito e le recensioni furono molto buone.

La sua curiosità lo portò ad interessarsi di tutti i generi di scrittura e ad ideare la sua prima soap opera a 22 anni: “Cuori rubati” su Rai2. “Tutti parlano male delle soap opera – spiega -, ma è una delle più grandi scuole di scrittura, perché i tempi sono strettissimi per ideare storie, personaggi, avvenimenti. Allora ero capo scrittura di 15 sceneggiatori, dovevamo realizzare ogni due settimane cinque episodi per poi passare il lavoro ai ‘dialoghisti’, che scrivevano le battute per gli attori. L’esperienza durò quattro anni”.

Tv, teatro, cinema, musical: ha scritto sceneggiature per ogni diversa forma di intrattenimento e di spettacolo, tra personaggi di finzione e realmente vissuti. Nel primo caso la fantasia si scatena, nel secondo lo studio e l’approfondimento storico sono fondamentali, ma la mente elastica dello scrittore serve sempre, perché anche nella ricostruzione di vicende vere è importante saperle accompagnare per renderle interessanti al pubblico.

“Le cose troppo belle e positive non sempre funzionano – chiarisce Pondi -. Occorre trovare quel qualcosa che le rende intriganti, affinché lo spettatore continui a seguirle”. Un esempio? In questo periodo sta seguendo i tre giovani tenori che dalla trasmissione “Ti lascio una canzone” stanno girando il mondo con i loro concerti. Un vero fenomeno musicale e un’avventura umana. “È come se avessero vinto alla lotteria. Un successo strepitoso in poco tempo. Si sono trovati, ancora minorenni a gestire popolarità, denaro, una vita da star. Tutto ‘troppo bello’ – sottolinea Pondi -, il telespettatore lo coinvolgi se si drammatizza una storia. Questo non significa inventare ciò che non è accaduto, ma trovare quegli elementi che lo incollino alla tv fino alla fine. Ci sto lavorando, e per questo li seguirò in America in alcune tappe della loro tournèe”.

Realtà o finzione? Pondi preferisce dare sfogo alla fantasia, perché scrivere una biografia lascia poca possibilità di invenzione. Ma non nega che raccontare il reale gli abbia permesso di scoprire e contribuire a far conoscere personaggi che hanno fatto grande il nostro Paese: “Siamo stati i primi al mondo a raggiungere la vetta del K2, una storia emozionante. Amo la poesia e mi ha dato molta soddisfazione occuparmi dello sceneggiato su Trilussa. Per i 200 anni dell’Arma dei carabinieri ho scritto ‘A testa alta, i martiri di Fiesole’, in onda su Rai1. È la storia di tre giovani carabinieri che durante la Seconda guerra mondiale sacrificarono la loro vita per salvare quella di dieci persone”. Ha avuto ottimi ascolti ed è stato presentato alla Caserma degli Ufficiali dei Carabinieri a Roma, davanti al Generale Capo dei Carabinieri, al Ministro della Difesa, la Presidente e il Direttore generale della Rai.

Storie come queste possono avere un risvolto educativo che Pondi ha ben presente. “Mi piace raccontare quelle che si possono discutere con i giovani. Avendo un figlio di 10 anni penso sia importante. Per questo ho realizzato anche dei corsi di cinema a scuola e l’esperienza degli scalatori del K2, di cui ho più volte parlato, è una bellissima lezione di vita. Così com’è stata una lezione di vita per me quando ho scritto la sceneggiatura di ‘L’oro di Scampia’, immergendomi in quella realtà. È stato impressionante per il degrado che vedi, ma davvero ci sono persone che vogliono uscire da quella melma. E poi, siccome mio figlio vive a Salerno con la mamma, è stato un modo per condividere con lui alcuni momenti, anche di pratica utilità. Tu che parli napoletano, gli ho detto, dammi una mano!”.

In termini pratici non deve essere semplice scrivere tenendo in considerazione tanti fattori: budget della produzione che determina il numero degli attori e i luoghi dove girare, apprezzamento dei telespettatori, variazioni del cast, tempi rapidi di consegna e molto altro. Diciamo però che Alessandro Pondi si trova proprio a suo agio in questo bailamme e nel susseguirsi di appuntamenti. “Non capisco chi dice che scrive meglio nella solitudine e nel silenzio – ironizza -. Mettetemi in mezzo a Times Square e io sto bene. Più c’è casino, più c’è energia. Adoro Roma e la sua confusione. Noi sceneggiatori abbiamo bisogno di rubare dalla realtà per poter scrivere storie nuove ed originali. Per questo Roma mi serve”.

Poi, naturalmente, ci sono le origini: la famiglia, la città, il mare, i sapori dei piatti preferiti, i ricordi. “Non sarò originale, ma quando torno chiedo a mia madre di farmi i cappelletti, faccio scorte di piadina che tengo sempre in freezer a Roma. Poi vado al Gallo, dall’amico Fernando. Mi piace molto passeggiare in questa città bellissima, anche se ultimamente ho notato un po’ di degrado. Sono persino stato aggredito di giorno in viale Pallavicini, vicino alla stazione. Adoro il Teatro Alighieri perché per me ha una storia importante. Io da ragazzo facevo danza… alla ricerca delle ragazze. Ai geometri eravamo tutti maschi e mia madre mi disse: ‘Vai a danza!’. Mi sono iscritto a danza moderna da Monica Ratti. Eravamo io e un mio amico. La situazione era perfetta. Ci siamo divertiti come pazzi tra spettacoli e saggi. Così pochi ragazzi, eravamo sempre i protagonisti. Un po’ mi ha ispirato: spiare la gente in sala, il dietro le quinte, l’odore del palcoscenico. Se abbiamo cuccato? Eccome! Eravamo gli unici, fra tutti gli amici che facevano calcio, ad avere la ragazza”.

Questa volta non saremo originali noi, ma gli chiediamo cosa gli ispirerebbe Ravenna per una sceneggiatura. E lui risponde: “La nebbia, alcuni portici, Dante… Direi un giallo alla Dan Brown o come ‘Il circolo Dante’ di Matthew Pearl”.

La chiacchierata potrebbe andare avanti ore, ma è atteso ad un incontro per una nuova sceneggiatura. Un’ultima battuta su di sé: “Da piccolo avrei voluto fare il dottore, l’astronauta e mille altri mestieri. Invece ho deciso di ‘rubare le vite degli altri’. Ho deciso di fare lo sceneggiatore, così ho fatto tutto”.

 

(Testo Claudia Graziani)

(Foto Lidia Bagnara)