venerdì 18 ottobre 2019

Personaggi

Nicoletta Mainardi, l’eleganza dell’equilibrio

2 giugno 2014
Nicoletta Mainardi, l’eleganza dell’equilibrio

Uno stile garbato, intimo, fedele all’amore per le piccole cose. Una poetica dei dettagli, scoperti sollevando un velo di nostalgia romantica. Felice interprete di quella vita di provincia che diviene humus per talenti e creatività, Nicoletta Mainardi ci racconta il suo mondo. Dalla neonata boutique Manifattura in piazza Ferrari, felice approdo dopo un passato alla Benetton, Moncler, Pinko, alla docenza all’Accademia LABA, fino alla sua abitazione nel cuore del Borgo di San Giuliano, dove vive insieme ai due gemelli Luca e Giovanni e al marito Maurizio.
Quali sono gli angoli di Rimini che preferisci?
“Naturalmente il borgo San Giuliano, che ho scelto perché rappresenta un angolo talmente caratteristico di Rimini, da essere quasi unico. La passeggiata al parco Marecchia con i miei bambini. Il piccolo molo di San Giuliano che costeggia il fiume Marecchia, con il suo sentiero e le casette di legno dove ancora si pesca a rete. Tra i locali che preferisco c’è la pasticceria Vecchi, che ha saputo rinnovarsi mantenendo la tradizione di antiche ricette come le cantarelle, le polentine. Dolci di una volta come la piada dei morti per la quale è famosa ovunque. La sera mi piace andare a cena al Calycanto a Santarcangelo, dove ordino spesso il curry Korma, a base di curry, gamberi e riso”.
Come definiresti il tuo stile creativo?
“È un percorso in evoluzione, alla ricerca dell’equilibrio tra il troppo e il poco. Tutto confluisce nella combinazione perfetta di linee pulite, cura per i dettagli, tessuti naturali, armonia dei colori. Un insieme non deve mai cadere nella banalità degli accostamenti, deve in qualche modo sorprendere e rivelare la personalità di ogni donna. La loro femminilità, pacata e non ostentata, provocatoria. Una grazia espressa attraverso i gesti, che gli abiti aiutano a raccontare. Per questa ragione, con le mie clienti, mi piace chiacchierare e accompagnarle in una specie di viaggio alla scoperta del loro gusto, in cui possano riconoscersi e sentirsi a proprio agio”.
Qual è il pezzo che un giorno vorresti poter mettere in casa?
“Per anni ho cercato nei mercatini, poiché amo la storia nascosta degli oggetti. Ora sono più attratta da un bel pezzo di design nordico come ad esempio Arne Jacobsen, o la produzione di Vitra. Sono pezzi che in un ambiente si amalgamano ottimamente e invecchiano bene nel corso del tempo. In realtà non c’è un oggetto in particolare che vorrei possedere. Quando penso alla mia casa mi piace immaginare nuovi angoli o stanze in una prospettiva d’insieme. Ad esempio, un bel roseto di rose antiche sarebbe una cosa che apprezzerei”.
Come si è evoluta la storia della moda in questi ultimi anni?
“La globalizzazione ha schiacciato la creatività. Ho lavorato per grandi aziende ed il primo passo per disegnare una collezione partiva sempre da un viaggio di ricerca internazionale. Tokyo, Parigi, Londra, New York, ma anche Dublino per la maglieria, erano le cinque città di riferimento per le tendenze dalla strada ai mercatini, dai grandi magazzini allo show room dello stilista emergente. Ogni volta tornavo entusiasta e carica di novità. Oggi è tutto molto uguale e omologato. Riflettendo, credo che l’Italia abbia in parte timore di rimettersi in gioco; sono però fiduciosa perché nella mia recente esperienza all’Accademia di moda e design LABA ho ritrovato, nei miei alunni, una forte voglia di originalità e diversità”.
La crisi ha influito sui gusti delle persone?
“La crisi ha influito sulle scelte della gente, che ad esempio sceglie il prezzo e la quantità a dispetto della qualità. Sono d’accordo sul fatto che oggi sia necessario un acquisto intelligente. Personalmente credo che si debba tornare al valore del capo, l’apparire a tutti i costi ha un po’ schiacciato la manualità, la fattura e la cura dei materiali. Un buon acquisto per tessuto, confort e struttura può durare anni nell’armadio, senza risultare fuori moda. Preferisco meno cose ma di qualità. Noi abbiamo un grande patrimonio, il “made in Italy” dove i nostri tessuti, i maestri artigiani dalle capacità uniche sono ricercati e ammirati in tutto il mondo. Dobbiamo riconoscere, apprezzare e possibilmente sostenere tutto questo. Principi che sto cercando di portare avanti anche nella mia nuova attività, dove commercializzo anche una linea da me disegnata”.
Cosa ti colpisce in un oggetto o in un capo d’abbigliamento?
“La maestria dell’esecuzione, sostenuta da un’armonia tra linea e impatto cromatico”.
I cinque pezzi da avere nell’armadio.
“Se intendiamo cinque pezzi basic, di sicuro un blue-denim; il jeans scuro non lavato in una tela di medio spessore. Al secondo posto direi una bella scarpa maschile, una stringata nera oppure blu. Poi, una pashmina di cashmere tessuta a mano, da indossare sia d’estate che d’inverno, una giacca destrutturata in tela di lana ancora blu e, infine, una camicia morbida o a casacca di seta color écru”.

(Lucia Rughi)

(Foto Riccardo Gallini)