sabato 18 gennaio 2020

Territorio

Gita nell’entroterra: in cammino verso Piagge

9 maggio 2014
Gita nell’entroterra: in cammino verso Piagge

In primavera è piacevole percorrere, nell’entroterra, le strade delle prime colline che stanno coprendo di verde i campi di grano mentre gli alberi mettono foglie nuove.
Vi consiglio, stavolta, una passeggiata che dal ponte sul Metauro, a Fano, lungo la provinciale “orcianese” in vista mare, sale verso S. Costanzo (di cui parlerò in altro numero) e continua verso Cerasa fino a Piagge.
Il centro originale si deve agli abitanti di quella che oggi, nella valle vicino al fiume con un centinaio d’anime, è la piccola frazione di Cerbara, l’antica “Lubacaria” distrutta a fine IV secolo dai Goti di Alarico. Gli scampati, più al sicuro in alto, costruirono il nuovo insediamento sul crinale, nella spianata detta pladiæ o pladearum il cui nome s’è trasformato nell’odierna Piagge.
Al posto di “Lubacaria” (= fango, argilla: il lubacco) s’è sviluppata l’attuale Cerbara, cresciuta attorno al cinquecentesco mulino – riconvertito in centrale idroelettrica nel 2007 – e alla chiesa dedicata a Sant’Ubaldo in cui una malmessa pala dell’altare raffigura la “Madonna con Bambino” che osservano il santo mentre sconfigge il diavolo. È la “Madonna dell’acqua bona”, portata in processione la seconda domenica di maggio.
La nuova Piagge, il più piccolo comune della provincia con Gabicce, è a cavallo delle valli del Metauro e del Cesano e, fin dal basso medioevo, faceva parte dei territori di Barchi, Orciano e San Giorgio, omogenei per storia, tradizioni e contesto ambientale ora di nuovo insieme nella “Unione Roveresca”.
Riprendiamo la strada e dopo San Costanzo si incontra Cerasa, che nel nome ricorda lo storico “monte della Ceregia”, documentato nel 1156, in cui sui resti del “castello di Quercifissa”, distrutto dai Goti, fu costruito quello attuale che ha ancora integro il perimetro murario, scarpato, con tracce di beccatelli, torri e porta che dà accesso ai vicoli tra le piccole case a schiera con gli orti “personali”. Una casa di piazza reca lo stemma a ricordare che fu appannaggio di Eugenio Beauharnais, figlio del visconte Alessandro e di Giuseppina che sposerà Napoleone, il quale lo nomina principe di Venezia, vicerè del Regno d’Italia, granduca di Francoforte e duca di Leuchtenberg.
Nei dintorni di Cerasa merita una visita, anche per il paesaggio che si gode, la cosiddetta “grotta di San Paterniano”, dove pare abbia trovato rifugio durante le persecuzioni del IV secolo quello che fu primo vescovo della città e poi patrono di Fano. È una grotta artificiale fatta di un vano a croce greca (metri 18 x 15, altezza 3 metri) che forse fu una catacomba, la prima delle Marche, oppure un deposito di grano o la cisterna di una villa romana.
Percorrendo la strada verso Piagge si gode l’ampia estensione dei terreni, talvolta scoscesi, ma particolarmente adatti alla coltivazione della vite e dei cereali. Campi segnati da alberature e roverelle sparse le cui ghiande, ghiottoneria dei maiali, in tempi non lontani servirono anche per fare una sorta di pane e la “crescia” di triste memoria. Frequenti e superstiti, ridotti a siepi, sono gli olmi che segnavano i confini delle proprietà e le cui foglie erano foraggio per le bestie.
Da lontano, Piagge si riconosce per lo svettare del campanile e della torre civica sul punto più alto di quello che era il castello.
Seppur piccolo, il centro storico conserva alcuni monumenti sia dentro che fuori la cinta muraria. Lungo l’immancabile via Roma vi è la chiesa parrocchiale di Santa Lucia: a fine ‘800 sostituì la precedente dalla quale viene il Crocifisso ligneo, e ha una facciata in cotto con semplici decorazioni. All’interno, oltre le cinque cappelle e una cantoria, ecco la pala dell’altare del 1763, con una “Crocifissione con la Madonna e i santi Lucia e Giovanni Battista” opera del fanese Carlo Magini. Dalla vicina chiesa del SS. Sacramento, ora sala parrocchiale, perviene l’“Ultima Cena” di Giovanni Francesco Guerrieri.
A due passi – anche in auto ma fra strettissimi vicoli – si entra nel castello del quale rimangono le mura e, sulla piazza, la torre civica con tanto di lapidi, orologio e campane.
Da qui, il panorama spazia dall’Appennino e, lungo la bassa Val Metauro, fino al mare.
Ai piedi del castello, chiamata “tomba segreta”, si scende per gradini scavati nel tufo in un ambiente sotterraneo, forse una tomba, una grotta o un rifugio, e c’è chi pensa anche ad un luogo per rituali esoterici ma comunque di grande curiosità e interesse, tuttora oggetto di studio.
Come molti altri borghi, Piagge ha vissuto le alterne vicende che l’hanno vista sottomessa alla signoria dei Malatesti, dei Piccolomini, dei Montefeltro per finire fra i domini di Lorenzo de’ Medici, messo in fuga dai Gonzaga per conto di Francesco Maria I Della Rovere.
Restituito alla città di Fano da papa Leone X, alla sua morte i Della Rovere ne ripresero possesso avviando un intenso miglioramento delle fortificazioni completate da Guidubaldo cui, nel 1542, si deve l’erezione della torre civica. Cessata la famiglia roveresca nel 1631, Piagge torna allo Stato Pontificio confluendo, dal 1860, nel Regno d’Italia.
Durante la seconda guerra mondiale il territorio fu teatro della “battaglia del Metauro” e, nell’agosto del ’44, subì i bombardamenti sulle postazioni tedesche della linea difensiva sul crinale fra il Cesano e il Metauro.

 

(Testo Ettore Franca)

(Foto Leo Mattioli)