martedì 22 ottobre 2019

Personaggi

Emerson Gattafoni: ritorno al futuro

19 maggio 2014
Emerson Gattafoni: ritorno al futuro

Per quanto ne abbiamo inventate, ancora oggi non c’è miglior fotografo né storico di loro. Sono i flash che improvvisamente, quando e come vogliono loro, t’illuminano la memoria. Fai appena in tempo ad averne una visione perfetta e a goderne la verità assoluta ed ecco che già se ne vanno e tu ripiombi nel buio della memoria meccanica che goffamente, artificiosamente e freddamente cerca di farti tornare in mente qualcosa.
Quando il Circolo della Stampa di Pesaro decise di premiare il pesarese Emerson Gattafoni fu proprio un flash luminoso di quel tipo che mi si accese d’improvviso davanti: in una calda giornata estiva e luminosa di tanti anni fa un ragazzo dal ciuffo biondo svolta l’angolo di piazza del Popolo fra corso XI Settembre e via Rossini, ti dice un bel ciao e continua per la sua strada camminando vicino al muro. Sta pensando alle sue cose e non vuole sprecare l’attenzione per tenere la rotta al centro della strada. Emerson aveva spesso un sorriso fra il nostalgico e il malinconico, aveva sempre l’aria di uno che sembra in procinto di comunicarti che il suo regno non è di questo mondo, intendendo come regno e come mondo lo spazio fra viale Trieste e il Trebbio, il San Bartolo e l’Ardizio. Fulmineamente, così come si era acceso, il flash si spense, come a dire adesso se ti vuoi ricordare di qualcos’altro arrangiati da solo. Dovevamo essere attorno alla metà degli anni Settanta – che se provate a far i conti si avviano ad essere una quarantina d’anni fa – e infatti mi ricordo. Da un po’ di tempo il ciuffo biondo di Emerson non svoltava più l’angolo e anzi non lo si vedeva proprio più in giro. Scomparso. E quando ci si cominciava a chiedere dove cavolo fosse finito si venne a sapere che si era comprato un motorino “Ciao”, ci aveva smastricciato un po’ dentro il motore e un po’ fuori e se n’era andato a Marrakesh, in Marocco. Era il 1976 e, lo dico tanto per capire lo spirito del tempo, farsi venire in mente di andare in Marocco in motorino era come pensare di andare alle Maldive in moscone. Emerson non solo lo pensò, ma lo fece davvero. D’altronde cosa potevi aspettarti da uno che in effetti si chiama Ernaldo, neanche Arnaldo, ma proprio Ernaldo. In quegli anni ancora l’oceano Atlantico era abbastanza grande, le mode americane arrivavano da noi con più lentezza e ancora dovevamo digerire fino in fondo l’on the road di Kerouac, l’Easy Rider di Hopper, non tutti avevano capito bene che minchia fosse la Route 66 con i suoi quasi 4.000 leggendari chilometri da Chicago alla California, tanto che Francesco Guccini viaggiava ancora “fra la via Emilia e il West”. La verità vera è che Emerson Gattafoni appartiene ad una razza particolare, quella dei pionieri, è stato un vero pioniere e ha inventato un futuro che è durato per decenni. Piccolo o grande non importa, perché inventare un futuro, qualunque esso sia, non è mai cosa da poco. Fa un po’ ridere dirlo oggi, quando perfino uno che non mette il naso fuori dal portone di casa da dieci anni in cinque secondi può vedere l’Artico e l’Antartico, quando puoi andare sull’Everest con lo sherpa dell’Inps o puoi farti entrare in casa un paio di leoni direttamente dal parco del Serengheti. Tutto questo avrebbe anche un nome, che esprimendosi biblicamente potrebbe chiamarsi onanismo compulsivo culturalturistico. Ma questo è un altro discorso. Meno male che questa non è una biografia, ma è solamente una parabola su quella specie di “sciamano a due ruote” che è Gattafoni, con la moto non solo sotto il culo da sempre – c’è anche caduto in gara, quando cercando se stesso ha gareggiato in pista convincendosi poi che doveva rivolgersi altrove – e quindi mi sento esentato dall’elencare tutti i viaggi, con relative bellissime trasmissioni televisive, che Emerson ha fatto e realizzato, prima da solo e oggi, ormai da oltre un decennio, assieme alla sua compagna di vita e di lavoro Valeria Cagnoni. Dal 1982 in avanti, sulle Reti Rai, Mediaset e altrove è stato tutto un susseguirsi di “pellegrinaggi” fisici e anche spirituali in ogni angolo del mondo, offerti alla visione e all’immaginazione di milioni di persone con un sempre maggiore coinvolgimento di solidarietà, che nasceva da una conoscenza non effimera dei luoghi e soprattutto della gente che incontrava e il rapporto con autorità e grandi personaggi mondiali. E la storia non è finita: dal 2013 la premiata ditta Gattafoni – Cagnoni risale in sella su RaiUno con la serie ‘Dreams Road’. Adesso dirò una cosa, la dico prima perché spiegherà in qualche modo quella che dirò dopo e insieme spiegheranno quello che voglio fortemente che sia il fondo dell’anima di Emerson. “Con Pesaro – dice – oggi ho rapporti saltuari, qui non ho parenti, però – attenzione adesso – Pesaro rimane il territorio centrale dei miei sogni”. Clic! Ed ecco che si riaccende il flash luminoso e il ciuffo biondo di Emerson torna a svoltare l’angolo di piazza del Popolo, col suo ciao e col suo sorriso da esploratore alla ricerca della sua anima. La seconda cosa è appunto il completamento, la spiegazione e il compimento della prima. E il tutto porta inevitabilmente al fine ultimo. “Come dice il Papa, si comincia a sentire il peso della macroeconomia – dice ancora Emerson -, amo la velocità, ma adesso occorre rallentare, occorre tornare al territorio come negli anni Settanta”. Capita l’antifona? Dopo aver “inventato il futuro a due ruote” adesso il pioniere inventa il passato. Come a dire, stai attento, perché non basta guardare per vedere, non basta filmare, chattare, cliccare per esserci per davvero. In un posto bisogna starci con l’anima e col cuore, nel deserto dei Gobi e nelle grandi pianure africane, in Tibet o a casa nostra, dietro gli splendori della natura ci sono persone che vivono vite dure, e non basta il fatto che tu arrivi da 5.000 chilometri sulla tua moto cromata a far sì che ti vedano come un eroe o come una specie di dio antico o a migliorare un po’ la loro esistenza. Il succo della parabola? È che Enandro Gattafoni detto Emerson tutto questo lo ha capito benissimo e lo condivide altrettanto bene con la sua compagna Valeria. Andiamo  a dare un’occhiata a quello che di bello e di buono hanno fatto e stanno facendo in questi anni e ci verrà voglia di salire in sella con loro. Certamente per vedere qualche altro bellissimo posto, ma anche per fare un bel check-up della nostra concezione della umanità e sullo stato di salute della nostra coscienza. Adesso, mentre Emerson si allontana lungo via Rossini, capisco molto meglio il suo dolce sorriso di allora. Enandro Emerson Gattafoni, metti  in moto e vai. Che la strada è ancora lunga e polverosa.

 

(testo Franco Bertini)

(foto Laura De Paoli)