venerdì 18 ottobre 2019

Personaggi

Deborah Baroni: convergenze sensoriali

12 maggio 2014
Deborah Baroni: convergenze sensoriali

La pittura di fiori, secondo la tradizione accademica, occupa insieme alla natura morta il gradino più basso della gerarchia dei generi, rispetto alla figura umana e alla pittura di soggetto sacro, storico e mitologico. Un genere minore riservato alle artiste donne, le quali, specializzandosi, si sono distinte per un particolare virtuosismo illusionista o per l’eleganza decorativa. Sul finire dell’Ottocento, però, si è determinato un capovolgimento della gerarchia, tale da rendere questo genere ideale per la sperimentazione pura: ne sono esempio le “Ninfee” di Monet e i “Girasoli” di Van Gogh. Nel corso del Novecento con Giorgia O’Keeffe i fiori, colti in tutti i loro dettagli botanici, ingranditi come attraverso la lente di un microscopio o fotografati con un potentissimo zoom, si sono trasformati in una figura astratta, dove non è tanto significativo l’oggetto in sé quanto l’esperienza di esso, dunque l’emozione che sa trasmettere Un fiore può nascondere brucianti desideri intimi e personali, incantevoli melodie, giochi di forme e colori. Su quest’onda Deborah Baroni dipinge fiori in grande fino ad occupare l’intero spazio della tela, con l’uso quasi esclusivo del “bruno Van Dyck”, un marrone tendente al nerastro che sottrae loro il colore naturale. Così i suoi fiori monocromi diventano forme scultoree, i petali puri volumi che trattengono illusoriamente il profumo, anche se l’artista vorrebbe unire suoni e rumori per ritrovare la sinestesia, la contaminazione di eventi sensoriali visivi, uditivi e olfattivi, distinti ma convergenti nella percezione.
Il suo viaggio nell’arte è iniziato un po’ per gioco oltre un decennio fa quando si è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, dopo il diploma in Pianoforte al Conservatorio Verdi e la laurea in Conservazione per i beni culturali. Forte per lei era l’esigenza di coniugare la sfera del visivo e quella dell’uditivo: all’Accademia le discipline erano distinte, tuttavia alcuni docenti erano sensibili a queste sue aspirazioni. È stata l’esperienza dell’Erasmus però, alla facoltà di Bellas Artes di Bilbao, a produrre una svolta: in quello splendido campus spagnolo ha frequentato corsi innovativi, grazie ai quali è riuscita a realizzare opere in cui c’è sempre qualcosa da sentire e da vedere, come sintesi unitaria. “Wawe” è il titolo delle prime creazioni. Sulla superficie di un cubo nero, all’interno del quale si nasconde una sorgente audio, un velo d’acqua viene attraversato da onde, increspature, cerchi concentrici a seconda delle frequenze acustiche che, con diversa intensità, modificano l’elemento naturale. Se l’orecchio è colpito dal suono, la vista è attratta in modo più profondo, poiché ha la possibilità di osservare non solo l’oggetto in sé ma la trasformazione che esso subisce quando è attraversato da onde sonore. L’artista lascia che siano esse a tradursi in espressione visiva, senza alcun intervento personale nella sua “macchina sinestetica”. Dalle sculture sonore singole è passata poi ad installazioni per farle dialogare tra di loro. Durante un lungo soggiorno a Londra ha realizzato lavori legati alla metropolitana. Era il periodo successivo all’attentato; nonostante i rigidi controlli è riuscita ad aggirare i divieti per l’uso di dispositivi tecnologici. Ricordando le ricerche di John Gage e di Fluxus, ha campionato i vari suoni della metropolitana, fatto foto che sono state rielaborare al computer, trasferite su acetato e installate con il suono rielaborato: con il video “Mind the Gap” ha ottenuto un’immagine della metropolitana con personaggi dai volti cancellati, in cui agiscono anche i suoni, come il bi bip delle porte che si aprono e si chiudono. Il ritorno a Ravenna non ha spento la sua creatività: i fiori sono diventati il campo dell’attuale ricerca, finalizzata ad immergere nell’immagine visiva profumi, suoni e rumori.

 

(Testo Aldo Savini)

(Foto Lidia Bagnara)