venerdì 18 ottobre 2019

Personaggi

Gino Angelini, la Romagna nel cuore di Los Angeles

10 febbraio 2014
Gino Angelini, la Romagna nel cuore di Los Angeles

Classe 1953, Gino Angelini è oggi uno dei più importanti e rinomati chef italiani d’oltreoceano. “Le sue mani non cucinano: tramandano tradizioni, poesia del passato e fascino della terra e del nostro Tricolore”, ebbe a scrivere qualche anno fa Edoardo Raspelli dopo una “mangiata” all’Angelini Osteria di Los Angeles.

Davanti ai fornelli già a quattordici anni con un apprendistato all’Hotel Imperiale di Rimini, dopo alcune gloriose esperienze in giro per l’Italia, entra appena ventenne nella brigata di cucina dell’Hotel Ambasciatori di Rimini, un avamposto gastronomico della ristorazione alberghiera italiana. L’albergo di proprietà della famiglia Amati era diretto da Aureliano Bonini, “un direttore diverso agli altri – ricorda Gino – illuminato potrei definirlo. Dopo varie esperienze in Inghilterra e Francia, Bonini portò a Rimini gli insegnamenti di Paul Bocuse, allora sconosciuto chef, e un format italiano di nouvelle cuisine. C’era un clima incredibile in quella cucina, facevamo innovazione, andavamo al mercato tutti i giorni, lavoravamo con prodotti freschissimi. Era una cucina fuori dai canoni della ristorazione alberghiera classica”.

All’Ambasciatori Gino si ferma per oltre un decennio, finché la famiglia Amati cede l’albergo. Una breve sosta al ristorante Brini di Ravenna (un lampo ristorativo nel cielo della Romagna: un locale elegante, quasi troppo, che proponeva materie prime inarrivabili e piatti della tradizione rivisitati), e poi l’arrivo al fiammante 5 stelle Grand Hotel Des Bains di Riccione, guidato dalla signora Olga Salciccia con una generosità e una passione che Angelini trasferì anche in cucina, riportando l’albergo agli onori delle cronache nazionali.

Gino, che esperienza fu quella del Des Bains di Riccione?

Fu incredibile. Era il 1989 e in pochi mesi il Des Bains diventò l’albergo di riferimento di tutta la Riviera Romagnola. La generosità della signora Olga mi consentì di lavorare con i migliori prodotti disponibili e le tecnologie più innovative. Già da qualche anno ero Vice Commissario per l’Italia degli EuroToques insieme a Gualtiero Marchesi, ma la visibilità che raggiunsi al Des Bains mi permise di allargare le mie conoscenze e i miei contatti, tanto da arrivare a cucinare per personaggi come Giovanni Paolo II e François Mitterand”.

Nonostante questo successo, decidi di andare negli Stati Uniti. Cosa ti ha portato Oltreoceano?

Lavorando al Des Bains conobbi Gianfranco Vissani che mi fece incontrare Mauro Vincenti, il proprietario del Rex, il più famoso ristorante italiano di Los Angeles. Vissani come suo consulente mi propose a Vincenti per un lavoro da chef al Rex. Era il 1995 e appena giunsi nella fantastica L.A. capii immediatamente che il mio futuro sarebbe stato lì. Vincenti e la moglie mi coinvolsero subito nel progetto di un altro ristorante, più casual del Rex. Aprimmo il ristorante ‘Vincenti’ due anni più tardi, nel 1997. Il successo fu immediato e per me fu l’inizio della mia nuova vita negli Stati Uniti”.

Vincenti è però solo una tappa del tuo percorso professionale. Cosa succede dopo?

Durante i miei anni al Vincenti conosco Elizabeth, la donna che poi sarebbe diventata mia moglie. Insieme iniziammo ad immaginare un ristorante tutto nostro, ma per partire servivano finanziamenti, sondaggi, ricerche, consulenti legali… oltre a mezzo milione di dollari per la ristrutturazione. Riuscimmo con grandi sacrifici a fare tutto e nel 2001 abbiamo aperto la nostra Angelini Osteria”.

Che locale è l’Osteria?

A quei tempi su Beverly Boulevard, il chilometrico viale che da Hollywood porta a Beverly Hills, non c’erano locali di cucina italiana tradizionale sul modello della trattoria. Ambiente, atmosfera e menù sono stati pensati per offrire qualcosa di diverso, di genuino, di autenticamente italiano. L’Osteria è ancora oggi un locale unico per offerta gastronomica e atmosfera. È un angolo di Italia sulla West Coast, un luogo vero, nel quale non si mangia solo italiano ma si respira anche l’atmosfera del Bel Paese. Ho puntato sulla cucina di casa, quella di mia madre e di mia nonna: piatti semplici, grandi materie prime, ingredienti eccellenti. Lasagne, trippa, bollito, animelle, fegato alla veneziana, ossobuco, rognone e il sabato porchetta. Nel solco della grande tradizione italiana abbiamo creato un locale ‘alternativo’, perché fino ad allora i ristoranti italiani a Los Angeles facevano una cucina creativa e rivisitata. Il pubblico e la critica ci hanno premiato, e dopo dodici anni i quaranta posti che abbiamo ruotano ancora tre o quattro volte a servizio”.

Quali sono i piatti più richiesti dell’Osteria?

Qui li chiamano signature dishes. E senza dubbio sono le lasagne di Nonna Elvira, dedicate a mia nonna, le classiche lasagne verdi che personalizzo mettendo sopra degli spinaci fritti. Poi i tortelloni di zucca con salvia e asparagi, l’insalata di polpo caldo, la coda alla vaccinara, il rombo alla mediterranea cotto nel forno della pizza. Gli americani poi impazziscono per il tartufo che, a loro, ricorda molto l’Italia”.

Dove fai la spesa per l’Osteria?

Le paste fresche le facciamo tutte in casa, mentre la pasta di grano duro e il riso li acquisto da fornitori locali. La carne da alcuni produttori californiani selezionati e stesso discorso per il pesce, al quale aggiungo però anche quello che arriva dall’Europa due volte alla settimana. Mi manca molto il pesce dell’Adriatico, ma qua è dura proporre i pesci di piccola pezzatura. Ho un solo cruccio: non sono ancora riuscito a far apprezzare la piadina romagnola. Qui spadroneggia la cucina messicana con tortillas e tacos. Grande successo hanno invece i vini italiani, compresi i sangiovese romagnoli”.

Che idea avevano gli americani della cucina italiana quando sei arrivato negli Stati Uniti? È cambiata in questi anni?Il gusto degli americani abbienti è cresciuto. Ai miei clienti ho insegnato a mangiare italiano, li ho ‘educati’ a mangiare la pasta di grano duro ‘undercooked’, come dicono loro, cotta ‘al dente’. Nella normale percezione statunitense la cucina italiana è tutta aglio, pomodoro e ‘spaghetti alla bolognese con le polpette’. Me li chiedevano e io perdevo tempo a spiegare che in Italia non esistono”.

Pensi mai di tornare in Italia? Quali progetti hai per il futuro?

La mia terra, la Romagna e Rimini, mi mancano molto. Mi manca in particolare il modo di vivere italiano, la possibilità di socializzare, di andare al bar a prendere un caffè con gli amici e fare due chiacchiere. Negli Stati Uniti si pensa quasi esclusivamente a lavorare, non c’è molta vita sociale. Il pensiero di tornare in Italia c’è, ma è a medio-lungo termine. Al momento mi sto occupando anche di un’impegnativa consulenza con il gruppo Innovative Dining Group (IDG) per la ‘Trattoria Rivabella’, al 9201 di Sunset Blvd. L’abbiamo inaugurata lo scorso gennaio ed è una ristorante dall’atmosfera fantastica, di ispirazione toscana. È un progetto stimolante in un ambiente stupendo. Nello stesso tempo sto lavorando ad un libro sulla storia dell’Osteria e siamo ormai pronti per uscire sul mercato con una linea di salse e condimenti a marchio ‘Angelini Osteria’. Torno in Italia due o tre volte l’anno per vedere i miei figli, ritrovare i vecchi amici e aggiornarmi su Summertrade, la società di banqueting e catering di Rimini che ho contribuito a fondare e di cui sono ancora socio”.

Per concludere, ci puoi raccontare qualche aneddoto legato ai vip che frequentano l’Osteria?

Uno è recentissimo, riguarda Andy Garcia nostro cliente abituale. Un giorno è venuto all’Osteria perché voleva imparare a fare gli arancini. Sta infatti girando un film sulla mafia italiana dove c’è una scena in cui insegna al nipote a cucinare gli arancini. Poi Lady Gaga che, per evitare i paparazzi, è entrata nel locale passando dalla cucina. Era mezza nuda, il personale è giovane, e mi ha bloccato il servizio di cucina per quasi dieci minuti! Un altro aneddoto curioso riguarda Justin Timberlake: è talmente innamorato dei nostri tagliolini al limone che ogni volta vuole che i suoi commensali li assaggino. La cosa bella dell’Osteria è che a causa degli spazi ridotti e dei tavoli ravvicinati c’è poca intimità e dunque è facilissimo fare amicizia con i vicini, anche vip. Si vedono vicini di tavolo socializzare a tal punto da scambiarsi il cibo. È come se all’Osteria si sentissero a casa… a casa di Gino. Il sogno che diventa realtà!”.

(Stefano Bonini)

(Foto Studio Paritani)