martedì 22 ottobre 2019

Personaggi

Gabriele Romagnoli, l’osservatore di anime

3 febbraio 2014
Gabriele Romagnoli, l’osservatore di anime

Giornalista e scrittore, Gabriele Romagnoli è nato a Bologna nel 1960. Il suo esordio è nel 1987 con il racconto “Unidici Calciatori”, all’interno della raccolta “Giovani Blues” della casa editrice Transeuropa. Il suo primo libro è del 1993, “Navi in bottiglia, 101 racconti”, a cui segue l’anno successivo “Oggetti da smarrire”, nel ’95 “In tempo per il cielo”, nel ’97 il libro per ragazzi “Videocronache” e “Passeggeri – Catalogo di ragioni per vivere e volare”, nel 1998. Dopo una breve pausa pubblica nel 2001 “Louisiana blues”, a metà tra il diario di viaggio e la galleria di ritratti, nel 2004 “L’artista”, vincitore del premio Garda, e nel 2006 “Non ci sono santi (Viaggio in Italia di un alieno)”. Nel 2007 pubblica una raccolta di monologhi, “Il vizio dell’amore”, trasformati poi in brevi cortometraggi interpretati da famose attrici di cinema e teatro, tra cui Amanda Sandrelli, Paola Pitagora, Isabella Ferrari, trasmessi dal canale televisivo satellitare Fox Life. Romagnoli è anche autore di alcune sceneggiature di teatro, cinema e fiction televisive, tra cui “Uno bianca e “Distretto di Polizia. Ha scritto i testi di Con le mani, un’azione scenica liberamente ispirata a Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Dal 1997 al 1999, è inviato a New York per il quotidiano italiano La Stampa, contemporaneamente partecipa in qualità di inviato ad alcune trasmissioni di Gad Lerner. Nel gennaio 2011 viene nominato direttore del mensile GQ, edito da Condé Nast, mantenendo tale carica fino al giugno 2013. Attualmente collabora con Vanity Fair e La Repubblica. Il suo ultimo libro, “Domanda di grazia”, è del 2013.

Cominciamo dalla fine. Nell’ultimo lavoro letterario, hai chiesto la grazia al Presidente della Repubblica… non per Berlusconi, distinguiamo subito, ma per un vecchio amico del Liceo. Ci dici come mai e perché?

Domanda di grazia” è un titolo. Io non sono legittimato a chiederla, per legge. Però ho mandato una copia al Capo dello Stato, al quale è dedicato il libro perché prenda in esame il caso. E ho ricevuto una risposta dal Quirinale: attendono un’istanza formale dagli aventi diritto. È un primo passo. A me interessava raccontare una storia. Quella di un ragazzo che mai mi sarei aspettato potesse divenire un omicida. Dico omicida perché così lo qualifica una sentenza passata in cassazione e le sentenze vanno rispettate. Dopodichè credo che quel verdetto fosse già stato scritto e il processo sia stato iniquo. Ero in una posizione privilegiata per raccontarlo: conosco l’imputato, Bologna, gli avvocati, ho seguito le udienze. Era un dovere di scrittore”.

Bologna, Torino, New York, Roma, Cairo, Beirut, Parigi, Milano, ancora Roma…. Fuga continua o desiderio di vedere le cose da angolazioni diverse?

Una volta ho letto uno slogan pubblicitario che diceva: ‘Non importa tu sappia da che cosa scappi per diventare un fuggitivo’. Quale che sia la ragione che m’induce non solo a viaggiare ma a vivere in luoghi diversi, sia benedetta: mi ha aperto la mente, reso più tollerante e consapevole. Di me e degli altri”.

Nella rubrica che tieni su Vanity Fair hai scelto il nickname di “Capitan Solo”. È un omaggio al personaggio di Guerre Stellari o una condizione dell’anima?

Il Capitano Solo era il protagonista del primo racconto che ho scritto, trenta righe nel mio primo libro ‘Navi in bottiglia’. Era il Solo a sapere che la nave su cui viaggiava, nonostante entusiasmi e disperazioni dell’equipaggio, non avrebbe mai toccato terra né fatto naufragio perché era contenuta in una bottiglia. Il nome viene da quella condizione. Ma poi, sì, anche: Han Solo è il mio personaggio preferito nella saga stellare”.

Una comune amica ti definisce un “osservatore”… di anime, prima che di persone. Ti ci ritrovi in questa definizione?

Una canzone di Neil Young, al quale io e te siamo affezionati, parla di un uomo solo che sta in fondo alla metropolitana, osserva e quando tu scendi saprà chi sei. A volte penso di essere quell’uomo. Le persone rivelano l’anima, qualunque cosa sia, negli sguardi e nei gesti. Più le osservi e più le capisci. Quando l’avrai fatto, sarà la volta in cui ti spiazzeranno”.

Giornalista, per altro uno dei pochi che ha avuto la coerenza di presentare le dimissioni per disaccordi con il direttore, poi scrittore, sceneggiatore e infine direttore. E adesso? Si ricomincia o si cambia registro?

La verità è che le mie svolte sono state più casuali che pensate. Figlie dell’istinto, di un innamoramento o di un disgusto. Tutte situazioni impossibili da prevedere. Ma non sapere che cosa sarò (più ancora che farò) domani è un privilegio”.

A tuo modo di vedere, quanto e come è cambiato il lavoro del giornalista della carta stampata (si diceva così, una volta) in questi ultimi vent’anni?

Si dice ancora carta stampata, ma sempre meno. Perché scomparirà o quasi. Resteranno due categorie di giornalisti. La prima: istantanei e solubili, capaci di rendere conto dei fatti in tempo reale con nuovi mezzi e canali. La seconda a lunga conservazione: in grado di raccontare e far riflettere, dopo essersi fatti raccontare e aver riflettuto. Sulla carta stampata ci sarà posto solo per questi ultimi, ultimi in tutti i sensi”.

Emiliano di nascita, ma giramondo per professione. Quando torni dalle nostre parti, cosa ti piace rivedere e cosa non vorresti riaffrontare?

Quando torno a Bologna o a Rimini, i miei due punti di riferimento, cerco di evitare la trappola della nostalgia, di rivedere le care vecchie cose: il liceo, il bagno, gli amici del liceo e del bagno. Cerco la novità, il cambiamento. Sarò sincero: per lo più è avvenuto in peggio”.

Una definizione secca per gli emiliano-romagnoli.

Emiliani E romagnoli. Non li confonderei mai. È un derby che finisce in pareggio 3 a 3. Con papere, gol in rovesciata, finale al cardiopalmo. Spettacolari, direi. Ma un po’ sfatti”.

Per concludere un po’ di amarcord… Raccontaci una situazione professionale che ti ha visto privilegiato osservatore e che non dimenticherai mai.

Non so davvero. Ci sono state tante vicende all’estero: sono stato sul cratere di Beirut poco dopo l’esplosione che uccise hariri, ho soggiornato nella comunità interreligiosa di Maaloula gestita da Padre Paolo, disperso in Siria, cercato e forse trovato in Cile un’altra verità sulla morte di Pablo Neruda, intervistato madre Teresa di Calcutta al capezzale, ma sembro già un vecchio cronista rimbambito. Preferisco accorciare la mira e dirti che ho visto l’Italia vincere i mondiali nello stadio di Berlino ed ero alla questura di Bologna quando venne fuori la storia più incredibile, quella della Uno bianca, poliziotti che sparavano ai carabinieri”.

(Franco Cicognani)