domenica 26 maggio 2019

Società

Da Rimini alle Balze: i «casi di Romagna»

21 gennaio 2013
Da Rimini alle Balze: i «casi di Romagna»

Il 23 settembre 1845 un gruppo di patrioti riminesi, sotto la guida di Pietro Renzi, si ribellò allo Stato della Chiesa e cacciò da Rimini le autorità papaline, elaborando un “Manifesto delle popolazioni dello Stato romano ai Principi ed ai Popoli d’Europa”.

 

Grande fermento era tornato a percorrere la Romagna alla metà degli anni Quaranta del XIX secolo. Mentre il pontificato di Gregorio XVI, quintessenza del tradizionalismo, procedeva verso il tramonto, la società ricominciava a dare segni di risveglio, e anche l’attività politica riprendeva vigore.

Una prima svolta si ebbe nel 1843, e assunse la forma della «guerra per bande». Nell’estate di quell’anno un gruppo di cospiratori, vagante sulle colline bolognesi nell’attesa dell’abortita insurrezione generale, fu sgominato dai pontifici nella località di Savigno. Esito non meno sfortunato ebbe, in settembre, il piano di un’altra banda per prendere in ostaggio i cardinali Luigi Amat, legato di Ravenna, Chiarissimo Falconieri, arcivescovo pure di Ravenna, e Giovanni Mastai Ferretti, vescovo di Imola e futuro Pio IX, nella villeggiatura di Torrano a pochi chilometri da Imola, che i tre porporati abbandonarono appena in tempo per evitare l’agguato.

Fra gli uomini che, in quella estate del ’43, avevano dovuto prendere la via dell’esilio, compariva anche Luigi Carlo Farini, il medico di Russi destinato in seguito a diventare uno dei principali collaboratori di Cavour, nonché presidente del Consiglio dopo l’unità. Dopo una breve permanenza a Parigi, nel 1844 egli tornò in Italia, nella relativamente liberale Toscana, con l’incarico di curare la preparazione di un nuovo movimento insurrezionale di ispirazione mazziniana nello Stato pontificio. In realtà, una volta tornato, Farini non tardò a maturare la convinzione che un simile progetto fosse del tutto irrealistico. Nell’estate del 1845 stese dunque il Manifesto delle Popolazioni dello Stato Romano ai Principi ed ai popoli dell’Europa, un documento in cui si riprendevano le richieste di riforme di stampo moderato di fatto non molto dissimili da quelle contenute già nel Memorandum delle potenze del 1831. Di lì a poco, esso sarebbe divenuto noto all’Italia e all’Europa con il nome di Manifesto di Rimini.

Mentre in Toscana il medico russiano stendeva il suo appello, la Romagna stava infatti tornando in pieno fermento. Il nuovo miraggio era adesso lo scoppio di un moto nelle Marche, che si sarebbe poi propagato nelle Legazioni. Fra i più attivi nella preparazione del progetto c’era anche Pietro Renzi, focoso dirigente della cospirazione riminese. Tanto focoso che, anche quando l’insurrezione venne momentaneamente sospesa, decise ugualmente di passare all’azione. Il pomeriggio del 23 settembre 1845 Renzi e i suoi compagni si mossero dunque dalla loro base di palazzo Lettimi per dirigersi in due gruppi verso gli obiettivi prefissi. Il primo era lo sferisterio, in quel momento gremito di pubblico che assisteva a un incontro di pallone (la «palla a bracciale» all’epoca in gran voga), dove i rivoltosi, nel parapiglia generale, riuscirono a disarmare le guardie di presidio. L’altro era la caserma di S. Francesco, anch’essa occupata con relativa facilità. In breve, e quasi senza colpo ferire, la città fu in mano ai rivoluzionari, il cui fine non era quello di abbattere il legittimo governo pontificio, ma di chiedere riforme. Il giorno seguente venne diramato il Manifesto di Farini, che divenne dunque il programma ideologico della rivoluzione.

Se il fine di Renzi e dei suoi compagni, sia pure in questo quadro decisamente moderato, era quello di scatenare con il proprio esempio la rivolta nel resto della Romagna, tale speranza era destinata a rivelarsi illusoria. Due giorni dopo la sommossa, era chiaro che l’unica reazione che aveva scatenato era quella dell’esercito e dei Volontari pontifici, che iniziavano ad ammassarsi alle porte della città. In questa situazione, il 27 settembre ai rivoltosi non restò altro che abbandonare Rimini rifugiandosi a S. Marino e in Toscana, dove Renzi venne arrestato e consegnato al governo pontificio. L’esempio dei cospiratori riminesi, però, non era caduto del tutto nel vuoto. Uno dei pochi che lo avevano raccolto era il conte faentino Raffaele Pasi. Questi, insieme a una quindicina di seguaci e con la guida di don Giovanni Verità, la notte fra il 24 e il 25 settembre mosse da Modigliana, allora in territorio toscano, e occupò l’edificio della dogana fra il Granducato e lo Stato pontificio, sulla strada per Faenza nella località delle Balze di Scavignano. La sera del 25 anche il conte Pietro Beltrami di Bagnacavallo passò all’azione con il suo gruppo, disarmando il presidio dei carabinieri e la gendarmeria di Cotignola, per poi dirigersi a Castelbolognese nel tentativo di prendere in ostaggio un alto prelato che villeggiava nei dintorni. Fallito questo piano e saputo della presenza degli uomini di Pasi, che in un primo tempo erano scesi fino a Faenza nell’inutile tentativo di contattarlo, Beltrami e suoi si diressero alle Balze, dove si unirono agli altri formando una schiera di circa un centinaio di uomini. All’alba del 28 settembre i rivoltosi furono attaccati da un contingente di svizzeri e di gendarmi provenienti da Faenza, nonché dai Volontari pontifici di Brisighella. Ne nacque uno scontro a fuoco che provocò un morto e vari feriti fra i pontifici e due morti fra i ribelli, la maggior parte dei quali riuscì a darsi alla fuga alla spicciolata, con alterne fortune, in territorio toscano.

L’ennesima cospirazione di Romagna si era risolta così nell’ennesimo fallimento. Tuttavia un obiettivo fondamentale lo aveva ottenuto, perché ora, come nel 1831-32, le Legazioni erano tornate a suscitare l’interesse dell’opinione pubblica italiana e internazionale. La sconfitta militare diventava, così, indirettamente un successo politico. Negli anni in cui vedevano la luce le opere di Balbo, Gioberti e d’Azeglio, il Manifesto di Farini e i «casi» di Romagna aprivano la stagione che si sarebbe conclusa con la grande esplosione rivoluzionaria del Quarantotto.

(A. Casadio)